L’imprevedibile Blackburn Rovers di Walker e Dalglish

The Blackburn Rovers team celebrating with the FA Premiership trophy after winning the FA Premier League Championship following their match against Liverpool at Anfield, 14th May 1995. Blackburn captain Tim Sherwood has the trophy in the front row, 3rd from left. (Photo by Professional Sport/Popperfoto via Getty Images/Getty Images)

Il Blackburn Rovers è senza dubbio uno dei club più importanti nella storia del calcio inglese. Fondato nel lontano 1875 da due giovani studenti della “Shrewsbury School, John Lewis e Arthur Costantine, i quali decidono di dare vita ad una squadra legata alla città di Blackburn nella contea di Lancashire, dalla quale ne adottano quella “rosa rossa” che diviene lo stemma identificativo del club.

Nel 1878 il Blackburn fonda, insieme ad altri 23 club, la “Lanchashire Football Association” ed esordendo due anni più tardi in FA Cup, competizione che si aggiudica poi nel 1884. Divenuto club professionistico l’anno successivo, assume un ruolo di rilievo per la creazione nel 1888 della “Football League”, rivestendo così il ruolo di punto di riferimento per il calcio britannico del tempo. A consolidarne la posizione di rilievo giungono poi le due vittorie del titolo di First Division nei campionati 1911-’12 e 1913-’14. Per un decennio recita il ruolo di protagonista in campionato, pur non riuscendo più ad aggiudicarselo; l’ultimo trofeo arriva nel 1927-’28 con la conquista della FA Cup, battendo in finale gli avversari del Huddersfield Town per 3 a 1.

Da questo momento in poi però qualcosa inizia a non funzionare più nel Blackburn Rovers e nella sua dirigenza, tanto da portare la squadra a retrocedere nelle categorie minori e facendo così perdere le tracce di sé; addirittura nel trentennio dal 50 al 70 il club milita anche in seconda e terza divisione divenendo così una “nobile” decaduta.

Spiragli di luce iniziano ad intravedersi per i tifosi dei “Rovers” verso il finire degli anni ottanta con la squadra impegnata nel campionato di “Second division”; il club, infatti, finisce nel mirino di Mr Jack Walker, industriale e uomo d’affari nel campo della siderurgia.

Walker è un imprenditore di grande esperienza e spessore; ha iniziato l’esperienza lavorativa come operaio e negli anni cinquanta è succeduto al padre nella gestione dell’azienda di famiglia, iniziando cosi la sua carriera nell’industria siderurgica. Verso il finire degli ottanta è poi diventato il primo azionista di acciaio della Gran Bretagna con 3400 operai e ben 50 siti di produzione propri.

Nel Gennaio del 1991 decide di acquisire la proprietà del Blackburn Rovers con l’impegno, decisamente non semplice, di riportare il club ai fasti di un tempo, ed i suoi proclami si traducono da subito in fatti. Mette a disposizione dell’allenatore Don Mackey una ingente somma di denaro per rinforzare la squadra la quale si trova, in quel momento, appena sopra la zona retrocessione. Inoltre, stanzia la cifra di 20 milioni di sterline per ristrutturare lo storico stadio di “Ewood Park” aumentandone la capacità, fino a portarla ad una capienza massima di 30 mila persone; ultima ma non certo per importanza la creazione di una accademia giovanile a “Brokhall Village”.

L’anno successivo l’entusiasmo nell’ambiente Blackburn è molto alto, alla pari dell’aspettativa fondata sia sulle parole del Presidente quanto sulle sue disponibilità economiche, di ritornare a recitare un ruolo importante nel calcio inglese, alla pari di come fu agli inizi della sua storia. La “febbre” dei Rovers accresce ancor più quando Walker decide di ingaggiare come manager della prima squadra Kenny Dalglish, quest’ultimo proveniente da Liverpool dove ha già avuto modo di dimostrare di essere un allenatore vincente. Il curriculum di Dalglish recita ben 13 stagioni con i “Reds” da calciatore ed ulteriori 6 come manager della prima squadra; quando approda a Blackburn l’obiettivo non può essere che quello di ottenere subito la promozione, considerando anche la rosa competitiva messa a sua disposizione.

L’inizio di stagione è promettente e la squadra va in testa alla classifica ma poi, nel girone di ritorno, accusa una flessione nel rendimento che la porta a concludere al sesto posto il campionato, ultima posizione utile per disputare i playoff. Recuperata però la forma migliore la squadra riesce a superare in semifinale il Derby Country ed in finale il Leicester, ottenendo così la tanto attesa promozione nella neonata “Premier League”.

Il primo anno nella massima serie è decisamente al di sopra di ogni più rosea aspettativa; la squadra grazie anche ad alcuni rinforzi importanti come quello di un giovanissimo Alan Shearer, acquistato per 3,5 milioni di sterline dal Sauthampton, si dimostra competitiva ed in grado di mettere in difficoltà chiunque, tanto da concludere la stagione con un ottimo quarto posto, ad un solo punto dalla qualificazione in Coppa Uefa.

Dunque all’inizio della stagione ’93-’94 il progetto di Walker e Dalglish ha ormai preso forma ed il Blackburn Rovers non solo è tornato nella massima serie ma si è anche consolidato tra i club di prima fascia, recitando un ruolo da protagonista. Ancor più sorprendente è la stagione successiva, dove con lo stesso gruppo di giocatori ed un Alan Shearer pienamente recuperato dall’infortunio della stagione precedente, i Rovers arrivano addirittura a mettere pressione ad Alex Ferguson ed il suo Manchester Utd. Al termine del mese di Aprile, infatti, le due squadre si trovano a pari punti nella corsa al titolo, dopo che i “Red Deviels” hanno dissipato l’enorme vantaggio sui ragazzi di Dulglish; ma l’imponente sforzo per recuperare punti in classifica costa però caro ai Rovers i quali, nelle ultime giornate, non riescono a mantenere più il passo, concludendo così il campionato al secondo posto e distanziati di 8 lunghezze dal Manchester United campione d’Inghilterra.

Il Blackburn ottiene comunque la qualificazione alla coppa Uefa sfuggita l’anno precedente, ma tra i tifosi regna lo scoramento per aver visto sfuggire l’occasione di vincere il titolo, una di quelle opportunità che, per un club come il loro, capitano ogni settant’anni.

Ma Jack Walker non è certamente un uomo che si accontenta di arrivare secondo e poi c’è quella promessa fatta qualche anno prima ai tifosi, vale a dire che il Blackburn deve tornare sul tetto d’Inghilterra; della stessa opinione ovviamente Dulglish, il quale è consapevole di come una vittoria prestigiosa con il Blackburn darebbe ancor più lustro alla sua carriera, affermandolo definitivamente come uno dei migliori allenatori della Premier League. Ovviamente per poter ambire alla conquista del titolo la rosa necessità di essere rinforzata, soprattutto considerando il finale di stagione precedente dove al tecnico scozzese è mancata qualche freccia al proprio arco per centrare l’ambizioso traguardo. Purtroppo però la campagna estiva non sembra partire con il piede giusto, dal momento che il primo obiettivo di mercato, Roy Keane del Nottingham Forest, sfugge finendo proprio nelle mani dei rivali del Manchester Utd, nonostante sia stato a lungo corteggiato dal presidente Walker. A questo punto i Rovers decidono di concentrare i loro sforzi sull’attaccante del Norwich City, Chris Sutton, riuscendo ad aggiudicarsene il cartellino per la cifra record di 5 milioni di sterline e soffiandolo così alla concorrenza dell’Arsenal. Non è forse una rosa completa in ogni reparto quella del Blackburn, ma di certo è una squadra che conosce a memoria l’idea di calcio di Dulglish e poi, in attacco, può sfoggiare la coppia più costosa di tutta la Premier League: Shearer – Sutton.

Ma se la squadra di Ferguson è ormai una certezza, il Blackburn ad inizio stagione 1994-1995 rappresenta l’outsider, vale a dire una squadra imprevedibile che potrebbe non confermare quanto di buono mostrato nella stagione precedente, come anche migliorarsi ulteriormente e divenendo in tal modo la prima forza in grado si contendere il titolo ai Red Deviels.

Per il calcio inglese l’estate del ’94 è però piuttosto turbolenta; oltre alla mancata partecipazione della squadra nazionale al mondiale statunitense, si aggiunge l’inchiesta della Football Association riguardo presunte irregolarità emerse negli anni precedenti, facendo finire nel mirino il Tottenham Hotspur, accusato di mancati versamenti ai danni dell’erario tra il 1985 ed il 1989. La minaccia iniziale per gli “Spurs” è l’esclusione dalla FA Cup, ma poi il tutto si traduce in una ammenda superiore alle 600.000 sterline inizialmente richieste, senza alcuna penalizzazione. A questo scandalo si aggiunge poi quello del tecnico dei “Gunners” George Graham il quale, dopo 9 anni trascorsi sulla panchina dell’Arsenal, viene licenziato per aver intascato soldi dall’agente dei calciatori Lyndersen e Jensen, al fine di favorirne il trasferimento. Infine, a dare l’ennesimo scossone alla Premier, una ulteriore inchiesta riguardante l’ex portiere del Liverpool Bruce Grobbelaar, apparentemente coinvolto in un giro estero di calcio scommesse.

La nuova stagione calcistica diviene dunque l’occasione per ridare credibilità a tutto il movimento calcistico inglese; ed in questo scenario di aspettative i riflettori vengono conquistati inizialmente dal Newcastle Utd di Kevin Keegan, capace di ottenere ben 9 risultati utili consecutivi, sequenza interrotta solo nel match perso contro i campioni d’Inghilterra del Manchester Utd. Alla decima giornata di campionato la squadra di Kevin Keegan conduce con due lunghezze di vantaggio proprio sul Blackburn Rovers reduce dalla sconfitta casalinga per 4 a 2 contro i rivali del Manchester United; un risultato quest’ultimo che mina l’entusiasmo iniziale dei Rovers, facendo trasparire come il divario tra le due squadre non sia ancora stato colmato rispetto alla stagione precedente. Ma Walker e Dalglish sono convinti che la squadra sia invece molto competitiva e che, maturando esperienza, possa insidiare il titolo ai Red Deviels; sono infatti proprio questi ultimi l’avversario più insidioso con il quale fare i conti, dimostrazione il fatto che, dopo la flessione del Newcastle, si sono già presi il comando del campionato. Alla sedicesima giornata però, grazie al pareggio tra Arsenal e Manchester Utd, i Rovers si ritrovano primi in classifica, confermando così ai più scettici che la squadra è di fatto una delle potenziali pretendenti al titolo.

Il 3 Dicembre poi, grazie alla vittoria sul Wimbledon, il Blackburn Rovers diviene campione d’inverno e per Jack Walker è questo il primo passo verso la realizzazione del suo “sogno”; quella squadra che solo quattro anni prima militava nei bassifondi della Second Division ne ha fatta di strada sotto la sua gestione, divenendo ora uno dei primi 5 club d’Inghilterra.

La strada per la conquista del titolo è però ancora lunga ed insidiosa e la dimostrazione di ciò arriva già nel mese di Gennaio, dove va in scena la gara di ritorno contro il temutissimo Manchester United. Questa volta però gli uomini di Dalglish, oltre a godere di qualche punto di vantaggio in classifica, sono anche maturati rispetto alla gara di andata e il tutto fa presagire come questa sfida sarà avvincente, lasciando un segno profondo nella corsa al titolo. Difatti le aspettative iniziali sono rispettate e la gara è bella e combattuta; i Rovers non si lasciano intimidire dal clima infuocato dell’Old Trafford anzi, cercano in tutti i modi quella vittoria che spianerebbe la strada verso la conquista del campionato. Poi però, a dieci minuti dal termine, ecco arrivare la doccia fredda con il goal di Cantona che regala così i tre punti ai Red Deviels, permettendo a questi ultimi di accorciare in classifica sui rivali.

Questa volta il peso della sconfitta si fa sentire negli uomini di Dalglish, i quali incassano una sconfitta anche nel turno successivo contro il Tottenham. E’ questo uno dei momenti più difficili della stagione e che necessita di una reazione immediata per non vanificare quanto costruito fino a quel momento; così ancora una volta il Blackburn riordina testa ed idee e riprende la sua marcia in campionato mantenendo comunque la testa della classifica e percependo solo in parte la pressione del Manchester Utd il quale, avendo a sua volta perso Cantona per squalifica dopo l’aggressione al tifoso del Crystal Palace, mostra una discontinuità maggiore nel rendimento rispetto agli anni precedenti.

Alla 33esima giornata di campionato accade però qualcosa di inaspettato; il Blackburn pareggia contro il Leeds subendo goal quasi a gara conclusa, mentre i Red Deviels superano il Leicester, riducendo così il loro svantaggio in classifica. Ai Rovers non va meglio nemmeno nelle settimane successive quando cadono contro Manchester city e West Ham, consentendo così alla squadra di Ferguson di avvicinarsi ulteriormente alla vetta. Ad una giornata dalla fine della Premier la classifica recita: Blackburn Rovers 89 e Manchester Utd. 87.

Chissà cosa passa nella mente di un gruppo che rincorre e rimonta fino a riaprire il campionato all’ultima giornata, a differenza di quello che viene rimontato proprio a ridosso del traguardo, rischiando così di mettere in discussione tutto quanto di buono realizzato fino a quel momento; sicuramente in una situazione del genere il più delle volte a trarne vantaggio è la squadra ad aver rimontato, poiché in una condizione di vantaggio psicologico. Deve essere questo il pensiero di Ferguson ed i suoi uomini che ritengono ora l’impresa più che possibile, anche considerando il fatto che nell’ultimo turno si troveranno opposti ad un West Ham Utd che, 14esimo in classifica, non ha più nulla da chiedere alla stagione. Differentemente il Blackburn sarà ospite del Liverpool, quest’ultimo in grado di poter ambire ancora al raggiungimento del terzo posto in classifica e pertanto avversario molto più ostico.

Il 14 Maggio 1995 va così in scena, con queste premesse, la giornata più emozionante e carica di tensione di tutta la Premier League. Il Blackburn Rovers scende sul terreno di Anfield forte del supporto dei propri tifosi giunti in gran numero e consapevole che un passo falso questa volta rischierà di essergli fatale; Mister Dalglish sa bene che la sola cura possibile, per la tensione che vivranno i suoi giocatori, è quella di trovare il goal del vantaggio il prima possibile, ricevendo magari qualche notizia positiva da Boleyn Ground. Nemmeno il tempo di ipotizzare tutto ciò che al minuto venti della sfida Alan Shearer porta in vantaggio i Rovers, regalando così la prima ventata di serenità al pomeriggio dei propri tifosi; ed una decina di minuti più tardi, quando giunge la notizia del vantaggio del West Ham sul Manchester Utd, la sensazione di positività finisce per contagiare anche il più scaramantico dei tifosi dei “Blue & Whites“, nella convinzione generale che questa sia davvero una domenica speciale.

Ad inizio ripresa però la situazione cambia rapidamente, viene infatti comunicato che i Red Deviels hanno pareggiato la loro sfida grazie ad un goal di Mcclair e così in un istante le certezze precedentemente acquisite si trasformano per il Blackburn in vere e proprie paure. Presumibile dunque lo stato d’animo con il quale venga accolto da giocatori e tifosi il goal del pareggio del Liverpool firmato da Barnes al 64esimo minuto; quel clima festante di qualche minuto prima diviene gelo tra i supporters del Blackburn ed Anfield torna ad essere solo dei Reds.

Nonostante gli undici di Dalglish cerchino di reagire si percepisce come difficilmente potranno essere in grado di tornare in vantaggio, dal momento che il Liverpool sembra possedere un passo migliore; da questo momento in poi dunque le attenzioni di coloro che non risultano impegnati sul terreno di gioco vengono rivolte a Londra, nella speranza che il Manchester Utd non trovi anche il goal del vantaggio.

Tra Anfield e Boleyn Ground viene così a crearsi una atmosfera analoga fatta di speranze e paure ogni qual volta le radio inglesi trasmettono aggiornamenti sui due match; ma se per i tifosi del Manchester Utd i minuti che li separano dal termine della gara scorrono troppo velocemente, per i Blue & Whites l’orologio sembra invece non avanzare mai. Tutto ciò viene ancor più enfatizzato quando allo scoccare del 90esimo minuto Redknapp firma il goal vittoria per il Liverpool; a questo punto tra i sostenitori del Blackburn inizia a pervadere lo scoramento e la sensazione che i Red Deviels, che stanno comprimendo il West Ham nella propria area difensiva, troveranno prima o poi quel vantaggio che spedirà loro all’inferno, trasformando così quel pomeriggio nel peggiore degli incubi.

Ma la fiaba del Blackburn Rovers di Walker e di quell’allenatore scozzese capace di plasmare giorno dopo giorno una piccola squadra trasformandola da cenerentola a principessa non può non avere un lieto fine; probabilmente a pensarla allo stesso modo sono anche i giocatori ed il portiere del West Ham i quali, in una difesa commovente, respingono ogni assalto del Manchester Utd. Al triplice fischio finale Anfield è una bolgia di passione; i tifosi del Liverpool si uniscono nei festeggiamenti a quelli del Blackburn, finalmente campioni!

Walker e Dulglish sono riusciti nell’impresa e la loro squadra è finalmente la regina del campionato inglese; l’imprevedibile Blackburn Rovers entra di diritto nella storia del calcio romantico .

Raúl Tamudo: il giustiziere del Barca

Nato a Barcellona il 19 ottobre del 1977, inizia a muovere i primi calci con la squadra dell’Espanyol dove diviene, in pochi anni, uno dei calciatori di maggior talento del settore giovanile. Tamudo mostra da subito di possedere un buon bagaglio tecnico, oltre ad una certa propensione per il goal, tanto da spingere gli allenatori che ne gestiscono la crescita ad utilizzarlo come attaccante, ruolo che lo accompagnerà per tutta la carriera.

Appena ventenne è già impiegato con continuità nella squadra “Espanyol B” e nella stagione 1996 – 1997 viene di fatto aggregato alla prima squadra, seppure non trovando continuità d’impiego. L’anno successivo la dirigenza catalana decide, al fine di completare il suo processo di maturazione, di far vivere a Tamudo due esperienze semestrali di prestito, dapprima con l’Alavés e poi con il Lleida, quest’ultimo impegnato nella seconda divisione spagnola.

Ad inizio stagione ’99-’00 Raúl Tamudo è ormai un calciatore pronto per l’Espanyol, tanto da essere voluto in rosa dal Mister argentino Miguel Angel Brindisi, il quale decide di puntare su di lui nel ruolo di attaccante. Purtroppo la prima parte di stagione è tutt’altro che esaltante; i “bianchi blu” di Barcellona entrano in una crisi di risultati che conduce all’esonero di Mister Brindisi alla ventesima giornata, sostituito in panchina da Francisco Flores. Al termine del campionato la squadra raggiunge il quattordicesimo posto in classifica, mantenendo cinque punti di vantaggio sulla zona retrocessione, ma conquistando però anche la finale di coppa del Re, dove si trova a fronteggiare l’Atletico Madrid.

La finale di Valencia del 27 Maggio del 2000 vede Tamudo grande protagonista nella vittoria dell’Espanyol, dove segna anche il goal del vantaggio dopo pochi minuti di gioco, anticipando di testa il portiere dei “colchoneros” Toni Jiménez. Oltre alla coppa del Re l’attaccante spagnolo corona la sua prima stagione nella Liga conquistando anche il primato di miglior finalizzatore della squadra, con i suoi dieci centri.

Dopo l’ottima stagione giocata diversi club europei si interessano a Tamudo e tra questi i Rangers di Glasgow, i quali arrivano vicini a concludere l’acquisto del suo cartellino ma l’affare salta, causa il mancato superamento delle visite mediche da parte dell’attaccante spagnolo. Raúl pertanto veste anche per la stagione 2000-2001 la maglia dei “los Periquitos” ed è un campionato esaltante il suo, dove segna ben 11 goal, trascinando così l’Espanyol al nono posto in classifica, diventando sempre più giocatore simbolo della squadra, tanto da arrivare ad indossarne la fascia di capitano.

I due anni successivi non sono esaltanti per l’Espanyol, la cui panchina vede l’avvicendamento di ben quattro allenatori; nonostante ciò la crescita di Tamudo è continua ed il suo rendimento è fondamentale per condurre la squadra catalana alla salvezza. In particolare nella stagione ’01-’02 totalizza 17 goal, solo quattro in meno di Diego Tristàn, quest’ultimo laureatosi capocannoniere della Liga; mentre nel campionato 2003-2004 sono ben 19 le reti siglate.

L’anno seguente sulla panchina dell’Espanyol approda, dopo due ottime stagioni alla guida del Celta Vigo, Mr. Miguel Angel Lotina; a lui si aggiungono due importanti acquisti quali il terzino sinistro Didier Domi dal PSG (1,50 mln €) ed il centrocampista Josè Amavisca, proveniente dal Deportivo La Coruña (1,00 mln €). Finalmente l’Espanyol torna ad essere protagonista in campionato dove ottiene il quinto posto in classifica, trascinato dai goal di Maxi Rodriguez e proprio di Raúl Tamudo, che diviene anche il miglior “assist man” della squadra; tutto ciò rappresenta una vera e propria iniezione di fiducia per la Dirigenza dei “bianchi blu” di Barcellona, tanto da spingerla a migliorare ulteriormente la rosa a disposizione di Lotina per la stagione 2005-2006, maturando così l’ambizione di raggiungere un risultato importante.

Con l’arrivo dell’argentino Walter Pandiani (Birmingham 1,50 mln €), del brasiliano Eduardo Costa (Olimpique Marsiglia 4,00 mln €) e dell’argentino Pablo Zabaleta ( San Lorenzo 3,50 mln €), oltre alla crescita a centrocampo di Iván de la Peña e l’esperienza in difesa di Mauricio Pochettino, la squadra raggiunge nuovamente la finale di Coppa del Re, bissando il successo di sei anni prima. Nella finale di Madrid del 12 Aprile 2006 contro il Saragozza, Tamudo gioca come sempre da protagonista e sigla il primo dei quattro goal conclusivi dell’Espanyol dopo soli due minuti di gioco, alzando al cielo la sua seconda coppa.

Quello che manca a Tamudo è solo di non essere riuscito fino ad ora a sfidare i cugini del Barcellona, troppo forti rispetto al suo Espanyol; ma nella stagione 2006 – 2007 arriva per lui una occasione più unica che rara per prendersi finalmente la rivincita tanto attesa. Il campionato è, infatti, una delle più avvincenti della Liga, con la corsa al titolo tra Real Madrid e Barcellona che si protrae fino all’ultima giornata di campionato, con le due squadre appaiate in testa alla classifica; il penultimo turno vede le “merengues” guidate in panchina da Fabio Capello impegnate nella insidiosa trasferta di Saragozza, mentre il Barcellona ospita al “Camp Nou” l’Espanyol e tutto fa presagire possa essere l’occasione per i catalani di superare in classifica il Real Madrid.

A confermare inizialmente il pronostico concorrono proprio i “blancos” i quali vanno in svantaggio a Saragozza, mentre il Barcellona dapprima subisce il vantaggio dell’Espanyol con Tamudo e poi pareggia e passa in vantaggio con la doppietta di Leo Messi. Al minuto ’89 delle due sfide con i “blaugrana” virtualmente primi, a Saragozza Van Nistelrooij trova il goal del pareggio per il Real, mentre a Barcellona sta per accadere qualcosa che rimarrà per sempre nella storia del calcio spagnolo. L’Espanyol, nonostante lo svantaggio ed il fatto che non debba più chiedere nulla alla propria stagione non demorde alla ricerca del pareggio; dapprima si sbilancia e rischia il tracollo subendo un contropiede che consente a Samuel Eto’o di trovarsi solo davanti al portiere Kameni il quale, con un’uscita disperata, respinge la conclusione e poco dopo, nell’ennesima offensiva alla ricerca del pari e grazie ad uno straordinario passaggio filtrante di Francisco Rufete, la palla giunge nella direzione di Raúl Tamudo che scatta sul filo del fuorigioco e, con un elegante interno destro, supera il portiere del Barca ammutolendo lo stadio.

E’ un goal pesante quello di Tamudo, che di fatto consegna la vittoria della Liga al Real Madrid; quest’ultimo infatti vince anche nell’ultimo turno allo stesso modo del Barcellona, ma è campione di Spagna grazie al risultato ottenuto negli scontri diretti. Quel goal allo scadere diviene così il simbolo della disperazione “blaugrana” e dell’esaltazione per tutti i tifosi dell’Espanyol; la rivincita di quella “minoranza” che per una sera si prende di diritto la scena del calcio spagnolo e non solo. Da questo momento in poi la rete di Tamudo viene ribattezzata con il termine di “el Tamudazo“.

Tamudo veste ancora la maglia dell’Espanyol per altre tre stagioni, dove però oltre ad una serie di infortuni che non gli consentono mai di ritrovare la forma migliore, deve anche fare i conti con un rapporto difficile e caratterizzato da incomprensioni con Mauricio Pochettino, divenuto nel frattempo allenatore; pur giocando meno è però ormai un vero e proprio idolo per i tifosi.

Nel 2010 nonostante ciò decide di trasferirsi alla Real Sociedad nella speranza di trovare maggiore impiego ma purtroppo non è una stagione esaltante tanto da portarlo a cambiare nuovamente squadra l’anno successivo, approdando al Rayo Vallecano. Con i “bianco rossi” di Madrid riesce ancora ad essere protagonista nella stagione ’10 – ’11, segnando nei minuti di recupero dell’ultima giornata di campionato il goal che garantisce la salvezza al Rayo, in pieno stile “Tamudazo”, prima di chiudere definitivamente la carriera con il Sabadell.

Avrebbe certamente meritato di vincere di più in carriera, ma Tamudo ha deciso di diventare una bandiera dell’Espanyol, rappresentandone storia, filosofia e valori; ancora oggi nel ricordo dei tifosi è impressa l’immagine di quel ragazzo con la fascia di capitano al braccio, mentre bacia la maglia appena dopo aver giustiziato i rivali di sempre. Tamudo capace di dar voce, in quel pomeriggio al Camp Nou, a quella sua straordinaria minoranza “bianco blu”.

Luděk Mikloško: l’incubo dei “Red Deviels”

15 November 1992 – Football League Division 1 – Millwall v West Ham United – West Ham goalkeeper Ludek Miklosko – (Photo by David Davies/Offside/Getty Images)

Nato il 9 Dicembre 1961 a Prostèjov, nella regione di Olomouc in Repubblica Ceca, Mikloško inizia la sua carriera calcistica all’età di otto anni, nelle fila del Němčice nad Hanou, dove rimane fino all’età di 14 anni, quando passa al SK Prostějov, squadra dove ha modo di mettersi in luce nel ruolo di portiere. Le sue prestazioni sono talmente convincenti da essere notato ed acquistato l’anno successivo dal Banik Ostrava, dove viene aggregato alla prima squadra, avendo così l’opportunità di crescere ulteriormente. Rimane con il Banik fino al 1980, anno in cui viene mandato a giocare in prestito nelle fila del RH Cheb; una esperienza importante che aiuta il giovane Luděk a raccogliere minutaggio, mettendo in evidenza le proprie qualità e dimostrando di essere pronto al grande salto. Con l’RH gioca 2 campionati, raggiungendo un sesto ed un tredicesimo posto, risultando sempre grande protagonista.

Nella stagione ’82-’83 fa ritorno al Banik Ostrava, questa volta per essere portiere titolare; è ormai un giocatore maturo ed affidabile, tanto da rientrare di diritto tra i migliori portieri del campionato Ceco. Difende i pali del Banik per ben otto stagioni, nelle quali pur non riuscendo ad aggiudicarsi mai il titolo, si toglie la soddisfazione di essere selezionato con la rappresentativa della Cecoslovacchia, partecipando così al mondiale di “Italia ’90”, seppure nelle vesti di secondo portiere.

Nonostante la partecipazione mondiale non da protagonista, nell’estate dello stesso anno Mikloško finisce nella lista delle preferenze del Team Manager del West Ham United, Mr Lou Macari, che versa nelle casse del Banik Ostrava ben 300.000 sterline, aggiudicandosene così le prestazioni.

Il West Ham Utd nella stagione 1990 – 1991 si trova in seconda divisione, con l’ambizione di ottenere la promozione e la squadra allestita è di tutto rispetto per la categoria, con giocatori del calibro di Ian Bishop, capitano e trascinatore della squadra, Mike Small, Kevin Keen e Steve Potts. A Mikloško spetta poi la responsabilità di sostituire tra i pali una bandiera come Phil Parkes, storico portiere degli “Hammers” per ben 12 anni, trasferitosi nel Ipswich Town.

Il debutto del portiere Ceco avviene il 18 Febbraio del 1990, nel pareggio casalingo contro il Swindon Town; da qui in avanti una stagione esaltante la sua, con prestazioni di livello che conducono il West Ham alla promozione in “First Division” e non solo, anche alla semifinale di FA Cup, quest’ultima persa nel confronto con il Nottingham Forest. Luděk si aggiudica anche il premio “Hammer of the Year 1991” (miglior giocatore del West Ham durante la stagione).

Il campionato ’91-’92 invece é tutt’altro che esaltante per il West Ham di Mikloško; la squadra manifesta qualche lacuna di troppo in First Division, tanto da giungere ultima in classifica al termine del campionato, con 38 punti conquistati e con una quota salvezza lontana solo 6 punti. Nonostante la retrocessione e l’essere comunque considerato uno dei migliori portieri del campionato inglese, Luděk decide di rimanere fedele alla causa del West Ham, rimanendo anche nella stagione successiva, dove conquista, con un secondo posto finale, la promozione in Premier League.

Il campionato 1993 – 1994 vede un West Ham, rinforzato dal mercato estivo, salvarsi grazie ad un tredicesimo posto finale, con Mikloško diventato ormai vero e proprio punto di riferimento per gli Hammers; portiere dal rendimento costante, in grado di trasmettere sicurezza a tutto il reparto difensivo.

Ad inizio stagione ’94-’95 le aspettative nei confronti del “nuovo” West Ham, considerato anche il non brillante campionato precedente, sono molto alte. Ad alimentare queste contribuisce il manager Harry Redknapp, il quale decide di acquistare dapprima Don Hutchinson, centrocampista scozzese proveniente dal Liverpool, e poi l’attaccante Tony Cotee, quest’ultimo già Hammers dal 1982 al 1988 prima di trascorrere sei stagioni nelle fila dell’Everton.

L’inizio di stagione però fa comprendere come la squadra in realtà non sia migliorata poi molto, manifestando ancora molti limiti di gioco, al pari dell’anno precedente; proprio per questo Redknapp decide di intervenire nuovamente sul mercato, aggiudicandosi le prestazioni del difensore Julian Dicks (proveniente dal Birmingham), del centrocampista australiano Stan Lazaridis (West Adelaide) ed, infine, dell’esperto portiere Les Sealey, di proprietà dell’Aston Villa e proveniente da due esperienze di prestiti con Coventry City e Birmingham City. L’arrivo di quest’ultimo rappresenta una concorrenza importante per Mikloško, il quale però ormai non è solo un portiere affidabile, ma anche un vero e proprio beniamino di “Boleyn Ground”; impossibile rinunciare alle sue prestazioni le quali spesso risultano decisive per ottenere punti in classifica.

Nonostante i nuovi arrivi in rosa il campionato del West Ham prosegue però nelle difficoltà; per lunghi tratti della stagione la squadra si trova coinvolta nella bassa classifica, dovendo lottare per non retrocedere. Così, quando il 14 Maggio 1995 a Boleyn Ground va in scena l’ultima giornata di campionato, per i tifosi degli Hammers sapere di giocare con la salvezza già acquisita è una vera e propria liberazione, soprattutto perché l’avversario da affrontare è il Manchester United secondo in classifica, che si sta contendendo la conquista del titolo con il Blackburn Rovers, distanziato di soli due punti ed impegnato nella difficile trasferta di Liverpool.

Fatta ovviamente eccezione dei tifosi del Blackburn, per “Bookmakers” inglesi ed appassionati di calcio lo scenario dell’ultima giornata appare abbastanza delineato; il Manchester avrà vita facile contro un West Ham che non deve chiedere più nulla al campionato, mentre per la squadra di Kenny Dalglish, apparsa in difficoltà nel finale di stagione tanto da disperdere il vantaggio sullo Utd, la trasferta di Anfield assume i toni di una vera e propria impresa.

Nei primi 45 minuti di gioco il titolo sembra prendere però la via di Blackburn, poiché i “Blu & Whites” sono in vantaggio con un goal di Shearer, mentre il West Ham è incredibilmente in vantaggio sui “Red Deviels” grazie alla rete di Hughes al 31esimo minuto della sfida. La ripresa è una trama emozionante che lega insieme Liverpool e Londra; infatti John Barnes regala il pareggio ai “Reds” mentre lo United mette in equilibrio la sfida con il West Ham, grazie al goal di McClair al minuto ’52.

Se a Liverpool il Blackburn arranca, ad Upton Park invece la spinta del Manchester Utd alla ricerca del goal del vantaggio è impressionante; gli undici di Ferguson comprendono che ora sono padroni del loro destino ed a separarli dalla conquista della Premier è solo un ultimo goal. Ma nella domenica londinese di Boylen ground c’è però un calciatore fermamente convinto che quel “ultimo goal” del Manchester non deve arrivare, ne ora ne mai; si tratta di Luděk Mikloško, il quale vive probabilmente la miglior giornata calcistica di tutta la sua carriera, che lo inserisce di diritto tra i protagonisti di una delle più avvincenti edizioni della Premier League.

Già poco prima del pareggio di McClair, su cross dalla destra di Roy Keane perfettamente impattato di testa da Lee Sharpe, il portiere degli Hammers è riuscito con un intervento prodigioso a smanacciare la palla destinata ad insaccarsi. E’ stato questo il suo primo segnale ai tifosi dello United, i quali hanno compreso come il numero uno avversario non abbia alcuna intenzione di favorirli, anzi, stia per vivere la sua “giornata di grazia”. La convinzione però di poterlo battere, dopo aver ottenuto il goal del pari, viene alimentata ancor più alla notizia del pareggio del Liverpool con il Blackburn; in quel momento Upton Park è una vera bolgia, ed ognuno dei presenti in campo e sugli spalti attende da un momento all’altro il goal vittoria del Manchester Utd, che consentirebbe la conquista del titolo.

Corre il minuto ’66 della sfida quando Sharpe dalla destra crossa una palla corta che viene però prolungata di testa da Gary Pallister, indirizzandola così alla perfezione per Mark Hughes, il quale la colpisce spedendola a fil di palo; la sensazione che quella palla finisca in rete è comune a tutti coloro che la stanno osservando, fatta eccezione per Mikloško. Il portiere del West Ham si lancia verso la palla e con un colpo di reni riesce ad intercettarla, deviandola in angolo; l’urlo strozzato in gola ai tifosi dello United è solo l’inizio dell’incubo che stanno per vivere. Poco dopo, infatti, è Andy Cole, imbeccato da un passaggio filtrante di Scholes, a trovarsi faccia a faccia con l’estremo difensore del West Ham, il quale ancora una volta respinge la conclusione.

I minuti finali della sfida vedono l’assedio disperato del Manchester United, che produce altre due occasioni goal sventate ancora una volta dal portiere del West Ham; è questo l’ultimo atto del folle pomeriggio londinese di Mikloško e dello United, che consegna di fatto il titolo al Blackburn Rovers.

Gli anni successivi vedono il portiere ceco ancora protagonista con la maglia degli Hammers prima di vestire, in chiusura di carriera, anche quella del Queens Park Rangers; ma il suo nome rimane indelebilmente legato a quel 14 Maggio 1995, quando con le sue prodezze ha segnato il corso della storia, consentendo al Blackburn Rovers di vincere il suo primo titolo e divenendo così l’incubo dei Red Deviels.

Lee Sharpe, talento e fragilità.

(Photo by Professional Sport/Popperfoto via Getty Images/Getty Images)

Lee Sharpe è stato sicuramente uno dei grandi rimpianti del calcio britannico a cavallo degli anni novanta; calciatore dotato di grandissimo talento ma allo stesso tempo vittima di fragilità fisiche e caratteriali che ne hanno limitato la carriera.

Nato a Halesowen, nel Worcestershire, inizia la sua carriera calcistica nel Torquay United, società calcio della città di Devon, in Inghilterra.

Sharpe dimostra da subito di essere un calciatore molto talentuoso, tanto da debuttare in prima squadra ritrovandosi solo sedicenne a giocare ben quattordici gare in “fourth division”. Così, al termine della stagione ’87-’88, sono molti i club che si interessano a lui e tra questi a muoversi c’è anche il Manchester Utd; quest’ultimo vince ogni possibile concorrenza arrivando a pagare la cifra record di 200 mila sterline per aggiudicarsi le sue prestazioni. Mai fino a quel momento un giovane calciatore era stato pagato così tanto.

Nell’estate del 1988 ad accoglierlo a Manchester c’è Sir Alex Ferguson, allenatore approdato sulla panchina dei “Red Deviels” due anni prima, insieme ad alcuni giovani altrettanto interessanti, quali il terzino destro Derek Brazil, l’ala sinistra Giuliano Maiorana e la punta centrale Mark Hughes. A questi si aggiungano poi giocatori d’esperienza come il portiere Jim Leighton, i centrocampisti Bryan Robson e Gordon Strachan, insieme all’attaccante Peter Davenport.

Il debutto di Sharpe con la maglia dello United va in scena all’Old Trafford il 24 settembre del 1988, nella vittoria per 2 a 0 sul West Ham; da questo momento in poi inizia a trovare spazio sempre con maggiore continuità, grazie anche alla partenza dell’esterno danese Jesper Olsen, il quale decide di fare ritorno in patria per vestire la maglia del Naestved, ed alle prestazione discontinue dell’altro esterno in rosa, lo scozzese Ralph Milne. Al termine della stagione Sharpe colleziona ben 22 presenze in campionato, seppure per lo Utd non si tratta di una stagione esaltante, con l’undicesimo piazzamento nella classifica della “First Division”.

L’anno successivo Sharpe è senza dubbio uno dei giocatori di punta del nuovo Manchester Utd; seppure la squadra non riesce ancora ad affermarsi in campionato, tanto da non andare oltre il tredicesimo posto in classifica al termine della stagione 1989-1990, a differenza la sua giovane stella mostra l’enorme potenziale di cui dispone. La stagione di Sharpe è eccellente, tanto da candidarlo al titolo di “miglior giovane della stagione”; premio che verrà poi assegnato al centrocampista dell’Arsenal, Paul Merson.

L’estate del ’90 vede i “Red Deviels” rinforzarsi sul mercato grazie all’acquisto del promettente centrocampista russo Andrey Kanchelskis, del terzino irlandese Denis Irwin e del trequartista inglese Danny Wallace, quest’ultimo prelevato dal Sauthampton. La squadra risulta molto più competitiva rispetto alle passate stagioni e Sharpe è ormai un titolare fisso; protagonista in campionato con il raggiungimento del sesto posto finale ma, soprattutto, in coppa delle Coppe. Nella competizione europea mette infatti la propria firma nella gara casalinga contro il Legia Varsavia, valevole per la semifinale di andata, dove sigla un grandissimo goal. E’ poi in campo anche nella finale vittoriosa di Rotterdam contro il Barcellona.

Nella stessa stagione firma una tripletta ad Highbury, nella gara di coppa di Lega contro l’Arsenal, che vede il Manchester imporsi con il risultato di 6 a 2.

A consacrare il talento di Sharpe giunge anche la convocazione con la nazionale inglese, nell’anno che precede il campionato europeo. Per lui tutto sembra andare per il verso giusto, divenendo sempre più protagonista di un Manchester che si rafforza anno dopo anno dietro la guida esperta di Ferguson, candidandosi così tra le squadre che ambiscono al titolo. Chi non scommetterebbe ora su quel ventenne esterno offensivo dei Red Deviels che si è aggiudicato già una competizione europea? Purtroppo per Sharpe sta per iniziare invece un vero incubo che non lo abbandonerà più, se non al termine della sua carriera.

La stagione ’91 -’92 lo vede, infatti, vittima di infortuni che ne limitano la presenza in campo, tanto da portare Ferguson a tamponare la sua assenza con l’impiego di Irwin e di Kanchelskis; nonostante ciò il Manchester Utd è protagonista in First Division contendendosi fino al termine della stagione il titolo con il Leeds Utd, quest’ultimo vittorioso con soli 4 punti di vantaggio.

Una stagione problematica per Sharpe, che lo vede inevitabilmente escluso anche dalla rosa ufficiale della nazionale inglese che parteciperà al campionato europeo, senza però lasciare il segno e finendo per classificarsi ultima nel Gruppo A, dietro a Svezia, Danimarca e Francia.

Nell’autunno del 1992 Sharpe si ammala anche di meningite virale, malattia che lo tiene lontano dai campi di gioco per un lungo periodo, debilitandolo molto fisicamente. Quando finalmente riesce a sconfiggere la malattia trova un Manchester che non è più il suo; sono arrivati in rosa giocatori importanti, su tutti Erik Cantona, inoltre nel suo ruolo gioca ora un giovane Ryan Giggs, capace di esprimersi ad altissimi livelli. Al termine della stagione lo Utd è finalmente campione d’Inghilterra; un successo che riesce a bissare anche nelle stagioni 1993-1994, dove Sharpe raccoglie ben 20 presenze segnando anche 9 goal, e 1995-1996. In quest’ultima stagione Sharpe parte nuovamente come titolare, grazie alla partenza di Kanchelskis, ma trova poi difficoltà nel trovare spazio anche per l’affermarsi di un “giovane” David Beckham. Per ritagliarsi uno spazio è costretto così ad accettare di giocare come sostituto di Irwin nel ruolo di terzino.

Nell’estate del ’96, nonostante abbia solo 25 anni, comprendendo le difficoltà nel ritagliarsi spazio nel nuovo Utd, decide di accettare la corte del Leeds. Lascia così Manchester con 256 gare giocate, 36 goal segnati e ben sette trofei nel palmares.

Sharpe inizia la sua nuova avventura nei “whites” con la voglia di tornare ad essere protagonista; nel suo primo anno segna 5 goal in 26 presenze e sembra poter tornare ad essere il giocatore importante conosciuto nei primi anni di Manchester. Purtroppo però nell’estate del ’97 subisce un grave infortunio al ginocchio che limita la sua presenza nel corso della seconda stagione con il Leeds. Torna in campo ad autunno del ’98 ma ormai per l’allenatore O’Leary rappresenta un calciatore fuori dal progetto, tanto da spedirlo in prestito in Italia, nelle fila della Sampdoria.

L’esperienza italiana non è positiva, così come le stagioni successive, che lo vedono giocare per il Bradford City e Portsmouth (sempre in prestito) e poi per Città di Exeter, Grindavik ed, infine, per il Garforth Town, dove dice definitivamente addio al calcio giocato.

Una carriera probabilmente al di sotto delle possibilità quella di Lee Sharpe, considerate le premesse inziali; colpe da non ricercare solo nei tanti infortuni avuti ma anche in una fragilità caratteriale, che non gli ha concesso di trovare l’affermazione definitiva. Il peso della responsabilità nel ritrovarsi cosi giovane ad essere un punto di riferimento per squadra e tifosi, unito alla sua attrazione verso la bellezza della vita notturna di Manchester, ne hanno inevitabilmente limitato la piena affermazione, tanto da giudicare oggi la sua carriera con un pizzico di rimpianto.

Nonostante ciò Lee Sharpe ha messo la propria firma su alcune delle più belle partite nella storia dello United; su tutte impossibile non tornare con la memoria alla notte del 19 ottobre 1994, quando all’Old Trafford va in scena la sfida del terzo turno di Champions League.

La partita è una di quelle che valgono quasi una carriera; lo United si trova infatti ad affrontare uno dei club più prestigiosi al Mondo, il Barcellona di Johan Cruijff che, oltre al blasone, vanta anche una rosa fenomenale, carica di campioni del calibro di Guardiola, Hagi, Koeman, Stoichkov e Romario. Alex Ferguson ed il suo Manchester sanno bene che per fronteggiare un avversario simile è necessario spingersi oltre le proprie possibilità, aggrappandosi ai propri giocatori di maggior talento; tra questi oltre al portiere Schmeichel ed ai centrali di centrocampo Ince e Keane, c’è quella giovane ala tutta tecnica e rapidità, Lee Sharpe.

Ed il giovane numero 11 non disattende le aspettative anzi, dai primi minuti di gioco si dimostra una vera spina nel fianco per la difesa del Barca, la quale non riesce a limitare le sue sgroppate sulla fascia. Al minuto ’19 Sharpe, raggiunta la linea di fondo e dopo aver dedicato un breve sguardo al centro dell’area di rigore, pennella un cross per l’accorrente Hughes che di testa trafigge il portiere spagnolo Busquets, portando in vantaggio i “Red Deviels”.

Il Barca però non ci sta e dopo la partenza incerta riprende in mano la gara trovando al 33esimo minuto di gioco il pareggio con Romario e, ad inizio ripresa, il goal del 2 a 1, grazie ad una prodezza del capitano Bakero.

Nonostante lo svantaggio lo United non demorde e continua a spingere forte alla ricerca del pareggio; Sharpe è incontenibile e mette cross a ripetizione che purtroppo però Hughes non riesce a finalizzare. La partita sembra stregata per lo United e quando Roy Keane prende palla e si appresta a gettarla per l’ennesima volta nell’area del Barca, mancano poco più di dieci minuti al fischio finale; più precisamente corre il minuto ’79 della sfida, anche se probabilmente questo dettaglio sfugge all’attenzione dei tifosi presenti allo stadio. Tutti gli sguardi sono infatti orientati su quella palla che corre veloce verso il centro dell’area; a fissarla c’è anche Lee Sharpe, che probabilmente nemmeno nel migliore dei suoi sogni ha immaginato mai ciò che a breve sta per accadere.

L’esterno dello Utd va incontro al pallone e quando ormai sta per toccarlo, decide di eludere l’intervento del difensore avversario facendo scorrere la palla in mezzo alle proprie gambe per poi colpirla con il tacco della scarpa.

Mentre il portiere ed il difensore del Barca osservano inesorabilmente lo scorrere della palla verso la rete, l’Old Trafford esplode in un grido di esultanza da mettere i brividi, quasi a voler rappresentare la cornice perfetta da adattare all’opera d’arte che Sharpe ha appena disegnato e consegnato alla storia dello United.

Forse avrebbe potuto essere molto più di ciò che è stato, ma sono certo che se chiederete ad uno qualsiasi dei tifosi presenti allo stadio di Manchester in quella fredda notte d’autunno, vi dirà che la stella di Lee Sharpe è brillata!

Michael Konsel: una pantera senza età

92 foto e immagini di Michael Konsel - Getty Images

Ha da poco compiuto 59 anni Michael Konsel, giocatore simbolo del calcio austriaco, capace di conquistare stima ed affetto durante la sua avventura nel campionato italiano in chiusura di carriera.

Nato a Vienna il 6 Marzo 1962, inizia già da piccolo ad appassionarsi al calcio, quando con il fratello Christian gioca con qualsiasi cosa abbia le sembianze di una palla, impegnandosi nell’evitare di farla entrare in una rudimentale porta da calcio costruita nel giardino di casa. La passione è talmente tanta da obbligare i genitori ad iscriverlo in una piccola squadra di calcio locale; è da qui che ha inizio la sua carriera di calciatore.

Nei primi anni di calcio ricopre il ruolo di attaccante, poiché con i piedi se la cava piuttosto bene e per chiunque lo veda giocare impiegarlo in porta sembra un vero spreco! Nel futuro di Konsel è previsto però ben altro e l’appuntamento con il destino arriva per lui all’età di dodici anni, quando il portiere della squadra s’infortuna e l’allenatore è obbligato a schierare tra i pali un giocatore di movimento; ad offrirsi per sostituire il portiere è ovviamente Michael, che per quel ruolo già da piccolo ha manifestato interesse e propensione. Vive così la sua prima esperienza in porta in una gara di campionato e si innamora subito del nuovo ruolo, che sente disegnato alla perfezione su di sé, tanto da decide di non abbandonarlo più. E’ questo l’inizio della sua nuova carriera da portiere, la quale lo porterà poi ad ottenere importanti successi e riconoscimenti.

All’età di sedici anni cambia squadra e si trasferisce al Kritzendorf, dove assume il ruolo di portiere e, all’occorrenza, anche di attaccante viste le sue precedenti esperienze. E’ proprio con questa nuova squadra che inizia a fare emergere le sue incredibili doti di portiere, tanto da essere notato dall’allenatore del First Vienna, Peter Muller, il quale dapprima lo sottopone ad un provino e poi decide di acquistarlo. L’anno successivo è già aggregato alla prima squadra come terzo portiere e, dopo un avvio molto stentato della squadra, si ritrova addirittura a scavalcare le gerarchie ed essere nominato primo portiere.

Con Michael Konsel tra i pali il First Vienna inizia una serie positiva di risultati i quali, al termine della stagione, consentono al club di conquistare la prima divisione del campionato austriaco. Il giovane Michael è uno degli assoluti protagonisti della promozione, finendo inevitabilmente nel mirino dei club più importanti d’Austria; tra questi a spuntarla è il Rapid Vienna che si aggiudica le sue prestazioni, garantendogli di concorrere alla conquista del titolo austriaco e non solo, di essere protagonista anche in Europa. Infatti, il 15 Maggio 1985, il Rapid Vienna gioca a Rotterdam la finale di Coppa delle Coppe con l’Everton; purtroppo per Konsel il risultato finale vede gli inglesi imporsi per tre reti ad una, ma lui ottiene comunque la definitiva consacrazione. Con i suoi 23 anni è già un portiere affidabile, tanto da ottenere anche la convocazione con la nazionale maggiore dell’Austria.

Con il Rapid Vienna Konsel gioca ben dodici stagioni, aggiudicandosi tre campionati austriaci, tre coppe d’Austria ed altrettante supercoppe nazionali. Raggiunge inoltre ancora una volta la finale di Coppa delle Coppe, questa volta contro i francesi del Paris St. German, a Bruxelles nel 1996; purtroppo anche questa volta non riesce nell’impresa di alzare la coppa, poiché i viennesi vengono superati per 1 a 0, grazie alla rete del difensore francese Bruno N’Gotty.

Rimane ancora un anno con il Rapid Vienna, giungendo secondo dietro all’Austria Salisburgo, che si aggiudica il campionato per soli 3 punti di vantaggio sui bianco – verdi viennesi; è questa l’ultima stagione di Michael Konsel in Bundesliga poiché, anche se non più giovanissimo, decide di accettare la proposta che gli arriva della Roma del Presidente Franco Sensi, trasferendosi così nella stagione 1997 – 1998 nel campionato italiano.

Il suo arrivo nella capitale non riscuote grande entusiasmo nella tifoseria, poiché l’età di Michael e la sua provenienza da un campionato diverso, considerato qualitativamente inferiore alla Serie A italiana, non possono che creare scetticismo nei suoi confronti. Ben presto però tifosi e critica debbono ricredersi, perché quel trentacinquenne portiere brizzolato, proveniente dall’Austria, tra i pali mostra una agilità da fare invidia ai più giovani, oltre ad una spiccata sicurezza che trasmette a tutto il reparto difensivo.

Inoltre, si dimostra essere a proprio agio nel giocare la palla con i piedi, posizionato al limite dell’area e consentendo così la ripartenza della squadra; è il portiere “perfetto” per l’idea di calcio di Mister Zeman, dove all’estremo difensore viene richiesto espressamente di giocare molto alto. Per i tifosi diviene poi un beniamino, tanto da essere soprannominato “er pantera“, poiché il suo modo di parare ricorda il comportamento di un felino, sempre pronto e scattante, dotato di grande agilità e, soprattutto, capace di aggredire la palla nelle uscite basse.

Il rendimento del portiere austriaco è altissimo e costante durante tutto il campionato, nonostante per la Roma guidata dal tecnico boemo la stagione non risulti essere particolarmente esaltante. Sfortunato invece il secondo anno in giallorosso dove Konsel, causa la frattura del tendine di Achille, rimane lontano dai campi di gioco per ben otto mesi.

Al suo ritorno, nel Gennaio del 1999, deve fare i conti anche con un cambio di gerarchie in squadra, poiché Zeman gli preferisce inizialmente tra i pali il secondo portiere, Antonio Chimenti; da questo momento in poi per Konsel ha inizio una vera e propria rincorsa al recupero della migliore condizione atletica e della titolarità. Tra i due portieri si crea una continua staffetta, che si risolve in favore di Konsel nel finale di stagione.

Raggiunti i 37 anni e con un complicato percorso di recupero da un grave infortunio che ne ha limitato l’impiego, è comprensibile come il portiere austriaco non possa rientrare nel progetto della “nuova” Roma targata Fabio Capello, il quale nel frattempo ha sostituito Zeman sulla panchina dei giallorossi. Konsel però sente che non è ancora arrivato il momento di appendere i guantoni al chiodo e decide di regalarsi ancora un anno in Italia, questa volta con la maglia del Venezia.

(Photo by Christian Hofer/Bongarts/Getty Images for UniCredit)

Con la squadra veneta, guidata in panchina da Luciano Spalletti, gioca un girone d’andata da grande protagonista, prima di essere costretto a farsi nuovamente da parte a causa di problemi fisici che non gli consentono di mantenere la migliora condizione atletica. Venezia rimane la sua ultima esperienza nel calcio giocato, ritirandosi al temine della stagione.

Professionista esemplare, Konsel è considerato uno dei calciatori più importanti nella storia del calcio austriaco ma non solo, è entrato di diritto anche nel cuore dei tifosi della Roma, che lui stesso non ha mai dimenticato. Arrivato in punta dei piedi, con un cartellino costato solo 680 milioni di lire, ha saputo conquistare una piazza esigente come quella romana, grazie a qualità tecniche e grande personalità, tanto da essere considerato uno dei migliori portieri ad aver vestito la maglia giallorossa. Tutt’oggi, nel ricordo dei tifosi, Konsel rimane “er pantera”, un portiere senza età.

Michael Owen: wonder boy della “cool Britannia”

La seconda metà degli anni novanta ha rappresentato per l’Inghilterra un periodo di grande ottimismo e spirito creativo (creatività British) dove la nazione ha riscoperto il senso di appartenenza; una ventata di aria nuova in grado di influenzare l’Europa ed addirittura il Mondo. La cosiddetta “cool Britannia”, una fiammata di entusiasmo capace di scuotere il Regno Unito e la sua cultura; la nascita in ambito musicale di band identificabili nel “britpop” quali gli Oasis o i Blur, oppure l’enorme successo in ambito cinematografico del film “Trainspotting” di Danny Boyle tratto dal romanzo di Irvine Welsh.

Anche la politica si lascia trasportare dall’esigenza di novità e rilancio del Paese, così nel maggio del 1997 il Partito Laburista ottiene una vittoria elettorale memorabile alle elezioni generali, la più grande della sua storia consentendo a Tony Blair, con i suoi 43 anni, di diventare il primo Primo ministro più giovane dal 1812.

La cool Britannia influenza anche il mondo del calcio inglese; il Manchester United di Ferguson e Beckham sale sul tetto d’Europa, e poi c’è un ragazzetto “made in England” che fa innamorare Liverpool e non solo, il suo nome è Michael Owen, che diverrà per tutti “wonder boy”.

Owen nasce a Chester nel Cheshire, il papà è un ex calciatore professionista del Chester City e dell’Everton; è lui a trasmettere al piccolo Michael la passione per il calcio e soprattutto per la squadra di Goodison Park. All’età di 8 anni gioca nel “Deeside”, dove si confronta con ragazzi più grandi di lui lasciando intravedere il suo talento; due anni più tardi scrive già un record, andando in goal ben 97 volte nel corso di una stagione. Passa successivamente al “Mold Alexandra” dove segna 34 reti in 24 gare; ormai il suo nome inizia a circolare tra i talent scout inglesi, interessati ad acquistarlo dal momento che avendo compiuto i 12 anni è ora idoneo a firmare un contratto. Steve Heighwey, emissario del Liverpool, riesce a battere l’interesse di altri club aggiudicandosi le prestazioni del giovane talento; così appena completati gli studi, nella stagione ’95-’96, Owen approda nella squadra giovanile dei “Reds” contribuendo subito alla conquista della “Youth cup”, una competizione giovanile mai vinta prima dal club. All’inizio della stagione successiva Michael viene aggregato alla prima squadra, a disposizione di Mister Roy Evans; già dai primi allenamenti stupisce per le sue doti tecniche, tanto da portare il suo compagno in attacco Ridle a dire: ” E’ incredibile, quando lo vedi giocare non ti rendi conto che ha solo 17 anni”.

Il 6 Maggio del 1997 va subito in goal nella gara di debutto contro il Wimbledon e da questo momento in poi l’interesse di stampa e tifosi nei suoi confronti va crescendo, di pari passo con il suo valore, tanto da obbligare il Liverpool a blindarne il cartellino proponendogli un contratto quinquennale da 2,5 milioni di sterline e facendolo diventare il giovane più pagato del calcio inglese. Michael ripaga la fiducia del club già nella stagione ’97 – ’98, dove risulta protagonista del terzo posto finale raggiunto dalla squadra e dove ottiene il titolo di capocannoniere della Premier con 18 centri, in condivisione con Sutton e Dublin; scontata quindi la sua convocazione in nazionale per il Mondiale in Francia dove diviene, nonostante la giovane età, il calciatore sul quale l’Inghilterra riveste la maggiore aspettativa.

Il 30 Giugno del 1998 a Saint-Étienne va in scena l’ottavo di finale mondiale tra l’Inghilterra e l’Argentina; è dal mondiale del 1986 che le due nazionali non si affrontano e gli inglesi nutrono una gran voglia di rivincita nei confronti della famosa “mano de Dios” che brucia ancora nei loro ricordi. La gara è nervosa con due rigori concessi nei primi dieci minuti, Batistuta porta avanti l’“albiceleste” e Shearer pareggia, poi al minuto sedici della gara sale in cattedra Michael Owen. Wonder boy prende palla da Beckham appena dopo il centrocampo e si invola verso la porta argentina, resiste ad una carica del difensore, ne salta un secondo appostato davanti all’area di rigore ed a quel punto, con un preciso destro ad incrociare, insacca la palla sotto l’incrocio dei pali, portando avanti l’Inghilterra. Il successivo pareggio di Zanetti e l’espulsione di Beckham risultano fatali però alla squadra inglese, che si trascina comunque fino ai calci di rigore, venendo poi eliminata a causa del rigore sbagliato da David Betty. Il goal di Owen viene comunque considerato il migliore della rassegna mondiale e per gli inglesi diviene la risposta d’orgoglio alla incredibile cavalcata dell’ “aquilone cosmico” Maradona a Messico ’86.

Al ritorno in patria trova un nuovo allenatore a guidare il Liverpool, si tratta del francese Houllier, che mette subito Owen al centro del suo progetto, con l’ambizione di aprire un ciclo vincente. Le prime due stagioni risultano piuttosto anonime, mentre il 2001 diviene l’anno di Owen e del Liverpool; arriva la conquista della FA Cup nella finale contro l’Arsenal, dove tra il minuto ’83 e ’88 della gara Owen, con due goal straordinari, consegna la coppa ai Reds. Quattro giorni più tardi, il 16 maggio del 2001, arriva anche l’affermazione europea, vincendo a Dortmund la coppa Uefa, superando gli spagnoli dell’Alaves. Infine, in Agosto, ecco arrivare anche la vittoria della Community Shild, dove il Liverpool supera il Manchester United con il risultato di 2 a 1 e con Owen che firma il goal del raddoppio, che risulterà poi decisivo. Ai successi con il club si aggiungono poi i riconoscimenti personali dove ottiene, infatti, il Pallone d’oro assegnato da France Football, e viene anche votato come calciatore dell’anno della World Soccer.

E’ comprensibile dunque come Owen inizi a suscitare l’interesse di diversi club europei ed il Liverpool, considerando anche la volontà di Houllier di non privarsene, gli ritocca ulteriormente l’ingaggio, facendolo divenire uno dei calciatori più pagati d’Inghilterra. L’obiettivo del club per le stagioni successive è la conquista della Premier League ma questa purtroppo non arriva; il Liverpool si deve accontentare di una seconda Coppa di Lega, vinta il 2 Marzo del 2003, superando in finale il Manchester Utd per 2 a 0, grazie ai goal di Gerrard e Owen. La mancata vittoria del titolo porta però al licenziamento del tecnico Houllier nell’estate del 2004 e Michael, particolarmente legato all’allenatore francese, sente che è giunto anche per sé stesso il momento di cambiare; accetta così l’offerta stellare del Real Madrid, dopo un corteggiamento del Presidente Peréz che durava già da un paio di anni. Con i “galacticos” però non è amore a prima vista, poiché fatica ad ambientarsi e la critica spagnola non lo aiuta di certo; le prestazioni iniziali non sono buonissime anche a causa di una condizione fisica non ottimale per via di una caviglia non in ordine. Al termine della stagione però i numeri gli danno ragione, ben 16 goal in 45 gare, ma partendo titolare solamente 26 volte; Owen però sente che non è la “Liga” la sua dimensione ideale e decide, dopo solo un anno, di rientrare in patria, con la speranza di approdare nuovamente al Liverpool. Purtroppo la richiesta delle “merengues” per il suo cartellino è altissima e l’unico club che avanza una offerta è il Newcastle; Michael ovviamente accetta ed il 24 Agosto del 2005 fa ritorno nel campionato inglese. Con la squadra dei “magpies” rimane fino al 2009, ma sono anni costellati di infortuni, il più grave di questi lo riporta durante il mondiale del 2006 in Germania, procurandosi una lesione ai legamenti del ginocchio; il Newcastle chiede ed ottiene un risarcimento dalla FIFA e dalla Federazione inglese per la sua prolungata assenza. Un lungo calvario quello di Owen, anche nel suo ultimo anno di contratto dove, il 22 Dicembre del 2008, si procura la frattura della caviglia in una gara contro il Manchester City; rimane fuori a lungo ed al termine della stagione la squadra retrocede in prima divisione, mentre lui si ritrova svincolato.

A credere ancora nel ragazzo di Chester è Sir Alex Ferguson, il quale è alla ricerca di un sostituto del partente Cristiano Ronaldo, accasatosi al Real Madrid; Owen accetta la proposta anche se l’accoglienza iniziale dei tifosi dei “Red Devils” non è delle migliori a causa dei suoi trascorsi con il Liverpool. Michael però alle parole preferisce i fatti, così il 20 Settembre del 2009, durante il derby contro i rivali del Manchester City, in pieno recupero sigla il goal del 4 a 3 finale, facendo letteralmente esplodere di gioia l’ Old Trafford e cancellando così i vecchi rancori. Gli infortuni però lo perseguitano imponendogli continui stop, ma nonostante ciò riesce ancora a mettere la sua firma nella finale di Carling cup del 2010 vinta dal Manchester Utd per 2 a 1 sull’Aston Villa, dove sigla il goal del momentaneo pareggio. L’anno successivo si toglie anche la soddisfazione di giocare la finale di Champions League, persa però contro il Barcellona. Conclude l’esperienza con lo United nel 2012, aggiungendo al proprio palmares oltre alla Community Shield, anche la conquista della Premier League e di una ulteriore Coppa di Lega.

La sua ultima stagione Owen la gioca con la maglia dello Stoke City; voglia di giocare ne ha ancora molta ma i continui problemi muscolari, nonché i fastidi a caviglia e ginocchio lo portano a maturare la decisione di ritirarsi nel maggio del 2013, dopo aver raggiunto lo storico record di 150 reti in Premier League.

Una canzone degli Oasis recita “Don’t look back in anger” (“non guardarti indietro con rabbia”) ed è questo il pensiero che deve accompagnare il racconto della carriera di Michael Owen, tralasciando i rimpianti per i tanti infortuni che hanno impedito al suo talento di poter brillare più a lungo, nella convinzione che quel breve periodo all’apice sia comunque bastato a lasciare un segno tangibile nel calcio inglese e non solo. E poi la cool Britannia non sta forse tutta li? In quella metà – fine anni novanta, un po’ come il suo wonder boy.

Teddy Sheringham: il diavolo rosso che spedì all’inferno il Bayern

Edward Paul “Teddy” Sheringham lo si può considerare come uno dei calciatori protagonisti del calcio inglese nel ventennio che va dal 1990 al 2010.

Attaccante dotato di tecnica e grande visione di gioco, nonché ottimo finalizzatore, Sheringham è tutt’oggi annoverato tra i migliori attaccanti della sua generazione.

Nato il 2 Aprile del 1966 ad Highams Park, nel distretto londinese di Waltham Forest in Inghilterra, Sheringham inizia a giocare a calcio nelle giovanili del Leytonstone & Ilfor, una squadra dilettantistica dove ha modo di mettersi in evidenza nel ruolo di centravanti, tanto da impressionare alcuni emissari del Millwall, i quali decidono di prelevarlo e di metterlo sotto contratto. È questo l’ingresso del giovane Teddy nel calcio professionistico e con il club di “Bermondsey” arriva a debuttare in prima squadra nel 1982, all’età di sedici anni. Sheringham mostra da subito di possedere fiuto per il goal oltre ad una buona personalità in campo; le sue qualità convincono sempre più la dirigenza del Millwall la quale, per accelerare il suo percorso di crescita, decide di mandarlo a giocare in prestito dapprima con l’Aldershot Town Football Club e, successivamente, con la squadra svedese del Djurgarden. L’esperienza a Stoccolma, lontano da casa ed in un campionato diverso da quello inglese, lo matura come uomo e calciatore, consentendo così al Millwall di poter avere a disposizione nell’estate del 1987 un calciatore pronto per la Prima Divisione.

Nella squadra dei “the Lions” Sheringham trova un altro attaccante con il quale fare coppia, l’irlandese Tony Cascarino. I due insieme mostrano da subito una grandissima intesa, dove Teddy veste spesso il ruolo di suggeritore per Cascarino, trovando comunque spazio per andare frequentemente in goal. Al termine della stagione il Millwall, grazie alle prestazioni dei due attaccanti, raggiunge uno storico decimo posto in Prima Divisione.

L’anno successivo la squadra retrocede in Seconda Divisione, ma Sheringham continua ad esserne sempre più protagonista; rimane con il Millwall ulteriori tre anni, sfiorando la promozione e firmando nella stagione ’90 – ’91 ben 37 goal. Ormai è un attaccante completo e la Seconda Divisione inizia ad essergli stretta, per tale motivo non può che accettare l’offerta del Nottingham Forest il quale, nel luglio del 1991, lo acquista per una somma di 2 miliardi di sterline.

Nella città di “Robin Hodd” Teddy Sheingham però non riesce a convincere e la dirigenza del Nottingham decide di privarsi di lui, cedendolo per 2,1 miliardi di sterline al Tottenham Hotspur. Con gli “Spurs” diviene subito protagonista, nonostante la concorrenza in attacco non manchi, vista la presenza di attaccanti di tutto rispetto quali: Gordon Durie, Ronny Rosenthal, Chris Armstrong e Jurgen Klinsmann.

Nella sua prima stagione Teddy va in goal ben 21 volte, divenendo un beniamino della tifoseria, che gli riconosce tenacia ed attaccamento alla maglia. Lo stesso Klinsmann rimane impressionato dal talento dell’attaccante inglese tanto da definirlo, qualche anno dopo, il calciatore più intelligente con il quale abbia giocato in carriera.

Sheringham rimane legato al Tottenham fino al 1997, anno in cui decide di non rinnovare con gli Spurs. La motivazione dipende dalla sua necessità di vincere almeno un trofeo in carriera; ha superato i trent’anni ed è consapevole che la squadra di “White Hart Lane” non può competere per la conquista del titolo e la sua personale bacheca è dannatamente vuota.

Ad offrirgli la possibilità di competere per la vittoria del titolo è il Manchester United di Sir Alex Ferguson, club con grandi ambizioni, il quale per garantirsi le sue prestazioni mette sul tavolo una offerta di 3,5 milioni di sterline. Sheringham approda così allo United carico di aspettative, ma il primo anno non è dei più semplici. E’ chiamato al difficile compito di sostituire nel cuore dei tifosi un mostro sacro quale Eric Cantona, ed inoltre la squadra, nonostante per buona parte della stagione conduca la classifica, a causa di alcuni risultati altalenanti finisce per concedere il titolo all’Arsenal del tecnico francese Wenger. La stagione di Sheringham è complessivamente positiva, con 14 goal siglati, ma purtroppo la delusione per l’insuccesso porta a rivedere anche il giudizio nei suoi confronti; il Manchester Utd decide di relegarlo a riserva di lusso, optando in attacco per l’attaccante dell’Aston Villa Dwight Yorke. 

La stagione ’98 – ’99 vede finalmente la squadra protagonista assoluta in Premier League; la coppia Cole e Yorke incanta e conquista i tifosi a suon di goal, ed i due attaccanti vengono ribattezzati i “calypso boy”. Al termine della stagione lo United è campione d’Inghilterra, magra consolazione per Sheringham che sognava di vincere un trofeo da protagonista e non come riserva.

Qualche giorno più tardi il successo in Premier, più precisamente il 22 maggio 1999, i Red Devils giocano la finale di FA Cup contro il Newcastle a Wembley; Teddy parte ancora dalla panchina ma questa volta viene chiamato da Ferguson a sostituire Roy Keane, infortunatosi dopo pochi minuti di gioco. Giusto il tempo di entrare in campo e Sheringham, sfruttando una triangolazione, sigla il goal del vantaggio. A questo fa seguito nella ripresa il raddoppio di Scholes e così Teddy riesce finalmente ad alzare una coppa da protagonista.

Potrebbe bastare come degna conclusione di una carriera lunga e prestigiosa? Probabilmente sì, o forse no per un giocatore che indossa la maglia numero dieci, quella che rappresenta fantasia e classe, il simbolo di quel genere di calciatori in grado di trasformare i sogni in realtà. Per Teddy Sheringham il sogno si concretizza il 26 maggio del 1999, al Camp Nou di Barcellona, dove va in scena la finale di Champions League tra lo United ed i campioni tedeschi del Bayern Monaco.

Nonostante l’ottima prestazione nella finale di FA Cup Sheringham parte comunque dalla panchina, Ferguson conferma, infatti, la coppia Cole e Yorke. La gara appare da subito equilibrata anche se al sesto minuto di gioco il Bayern passa già in vantaggio, grazie ad un calcio di punizione di Basler che coglie di sorpresa il portiere danese Schmeichel sul palo coperto da quest’ultimo. I campioni d’Inghilterra cercano di reagire ma i tentativi offensivi sono piuttosto sterili; Cole e Yorke non sembrano in giornata e la squadra inglese fatica ad essere pericolosa, anzi rischia addirittura il tracollo quando, nel secondo tempo, un pallonetto di Scholl viene fermato dal palo, mentre la traversa nega la gioia del goal a Jancker. Sheringham entra al 67esimo minuto a dare brio alla manovra offensiva dello United, ma il Bayern in difesa sembra insuperabile, fino al minuto 91. Quello che accadrà da questo momento in poi è di difficile comprensione sia per i vincitori quanto per i vinti, qualcosa di inatteso ed irripetibile; lo è ancor più per Teddy Sheringham che diviene protagonista dei tre minuti di recupero più “pazzi” nella storia della Champions.

Personalmente preferisco non entrare in spiegazioni tattiche o psicologiche delle quale si è già detto molto, bensì legare quei tre avvincenti minuti alla “magia” del calcio, ed alla convinzione che per alcuni giocatori il destino sappia scrivere pagine uniche destinate ad essere ricordate per sempre, come nel caso di Teddy.

Al minuto 91 della sfida lo United si appresta a battere un calcio d’angolo, anche il portiere Schmeichel si trova nell’area tedesca, nel disperato tentativo di trovare il goal del pari e, sul cross di Beckham, quasi ci riesce sfiorando di testa la palla. Quest’ultima giunge invece, dopo un maldestro tentativo tedesco di spazzarla via, sui piedi di Ryan Giggs che prova a calciarla verso la porta ma senza colpirla bene; la palla viaggia verso Teddy Sheringham il quale, in un lampo, decide di non stopparla ma di deviarne solo la corsa con un preciso interno destro, insaccandola così in rete, a pochi centimetri dal palo. Il numero dieci inglese corre in un urlo liberatorio, inseguito dai compagni; non è solo la sua rivincita su chi lo dava per finito, ma anche la convinzione di essere entrato di diritto nella storia dei Red Devils!

Il Bayern dopo aver subito il pareggio è scosso e quando due minuti più tardi il Manchester Utd guadagna ancora un angolo, nella mente dei giocatori tedeschi la paura inizia a prendere il sopravvento. Beckham batte l’angolo e questa volta è Sheringham ad andare incontro alla palla; salta alto e la colpisce indirizzandola verso la porta del Bayern dove è appostato il norvegese Solskjaer, il quale corregge di collo destro la direzione della palla, spedendola alle spalle di Oliver Kahn. I giocatori tedeschi sono scioccati e cadono a terra in lacrime, mentre il Manchester United è campione d’Europa.

Dopo questa finale Teddy giocherà ancora altri nove anni, ritirandosi 42enne dopo aver vestito ancora le maglie di Tottenham, Portsmouth, West Ham e Colchester Utd; ma il suo nome rimarrà per sempre legato a quella pazzesca notte spagnola, nella quale divenne il “diavolo rosso” che spedì all’inferno il Bayern.

Ciao Pablito, eroe Mundial

Il giornalista Gian Paolo Ormezzano scriveva nel suo libro intitolato “Storia del calcio”: “c’è un uomo al quale intitolare il nostro Mundial. Si chiama Paolo Rossi”. Una vera profezia quella dell’autore piemontese, considerando che il libro lo scrisse prima del 1982; ma soprattutto una frase, la sua, presa poi a prestito qualche anno più tardi da ogni italiano. Paolo Rossi divenne, infatti, il titolo più bello del Mondiale di Spagna nel 1982; l’uomo in grado di cavalcare il sogno azzurro, trasformandolo in straordinaria realtà nella notte del Santiago Bernabéu, l’11 luglio ‘82, quando l’Italia divenne campione del Mondo.
Di quel mondiale Paolo Rossi ne fu assoluto protagonista, capocannoniere della rassegna con ben sei reti siglate e votato miglior calciatore dell’anno; ma l’aspetto sorprendente fu che tutto ciò avvenne in modo totalmente inaspettato. Secondo l’opinione pubblica Rossi a quel mondiale non avrebbe dovuto partecipare, considerato calciatore ormai “finito”, vittima delle proprie vicissitudini personali e non certo utile alla causa azzurra nel mondiale spagnolo.
Fortunatamente a pensarla diversamente fu Enzo Bearzot, il CT azzurro la sapeva lunga in termini di giocatori, ma soprattutto di uomini. Aveva compreso come a tecnica, intuito e senso del goal, caratteristiche che Rossi aveva sempre mostrato in carriera, ora si era aggiunta la tenacia! Il suo carattere si era rafforzato grazie soprattutto ai tanti problemi personali vissuti, capaci addirittura di mettere in discussione la continuazione della sua carriera; da questi ne era uscito però con forza di volontà, senza mai cedere, cercando di riprendere in mano la propria vita. Al calciatore ammirato nel mondiale argentino del ‘78 si era aggiunto ora l’uomo; per Bearzot questo valeva più di tutto.
Ciò che avvenne poi in quella rassegna mondiale è storia del calcio, impressa negli occhi di tutti gli appassionati di questo sport; i suoi goal decisivi contro Brasile, Polonia e nella finale contro la Germania, capaci di esaltare anche il Presidente Pertini, giunto in Spagna per assistere alla finale.
Chi non ricorda l’urlo di Tardelli al goal del raddoppio sui tedeschi, oppure il triplice grido “campioni del Mondo” pronunciato in televisione da Nando Martellini, ed ancora il capitano Zoff che alza la coppa del Mondo al cielo. Era l’Italia in festa, una nazione unita come non mai, che riscopriva la voglia di gioire dopo i terribili anni di piombo, costellati di rapimenti, uccisioni, bombe e che avevano gettato il Paese nel terrore e nello sconforto.
Paolo Rossi era l’immagine della rinascita, la sua e quella dell’Italia intera, una nazione legata in modo indissolubile al proprio “eroe” Mondiale. Basti pensare che successivamente a quel trionfo azzurro, qualsiasi italiano si recasse all’estero veniva identificato con la frase: “Italia? Paolo Rossi”.
Io in quel lontano ’82 avevo solo cinque anni, ma a Paolo Rossi sento il dovere di dire grazie, perché il mio amore per questo sport è cresciuto in me rivedendo le immagini di quel campionato mondiale e delle sue prodezze. Ricordo la prima videocassetta che ripercorreva il trionfo azzurro, quante volte ho guardato quel filmato provando ogni volta un brivido!
Oggi, alla tristezza nell’apprendere la notizia della sua scomparsa, avverto la sensazione che quel ragazzo che corre nei miei ricordi con la maglia numero 20 e le braccia protese al cielo in una contagiosa esultanza, è diventato immortale. Rimarrà per sempre “Pablito”, storia ed orgoglio di questa nazione. Italia? …sì! Paolo Rossi!
Buon viaggio campione.

Ciao Diego

Ho avuto la fortuna di vederti giocare, innamorandomi del tuo calcio; anni e campionati ricchi di grandi giocatori e campioni, ma dove tu eri la stella più grande.
Al tempo ero affascinato dal tuo modo di giocare, dalla tua imprevedibilità, fantasia; con il passare degli anni però ho compreso il significato del nome “Maradona” non solo per il mondo del calcio, ma anche e soprattutto per una città come Napoli ed una nazione quale l’Argentina.
Mi è capitato spesso di vedere quella tua straordinaria cavalcata palla al piede contro l’Inghilterra a Messico ‘86, forse il goal più bello nella storia del calcio, ma con il passare degli anni quel tuo gesto ha assunto per me sempre più valore. Ho compreso, infatti, come in esso fosse racchiusa tutta la sofferenza del popolo argentino, profondamente segnato dal conflitto delle Isole Falkland del 1982. Il bisogno dell’Argentina di rialzarsi, di tornare a credere in qualcosa, guardando al futuro con occhi di speranza. La notte del 29 giugno 1986, a Città del Messico, mentre alzavi al cielo la coppa del Mondo asciugavi simbolicamente le lacrime di una nazione e disegnavi sul volto di ogni argentino un sorriso, facendo riscoprire il senso di appartenenza.
E poi Napoli, già la tua Napoli, che ti ha adottato come un figlio ed alla quale hai regalato non solo vittorie uniche ma, soprattutto, il riscatto sociale. Non sarà un caso che nelle gerarchie della città ti sei posizionato accanto a San Gennaro, quasi in un legame mistico tra il Santo patrono di Napoli ed il Dio del calcio.
Oggi, alla tristezza di questo saluto, mantengo la convinzione di aver vissuto con te un calcio diverso, fatto di poesia, del quale sarà impossibile non avvertirne la mancanza.
Adiós Diego

Giuliano Giuliani: storia di un portiere straordinariamente “semplice”

Giuliano Giuliani of Napoli during the UEFA Cup Final Second Leg... News  Photo - Getty Images


Ci sono personaggi sportivi non semplici da raccontare, perché la loro vita è stata talmente riservata da concedere pochissimo alle cronache oltre alla mera descrizione delle prestazione sportive, oppure per il trasporto affettivo che si prova nei loro confronti; nel caso di Giuliano Giuliani questi aspetti sono presenti entrambi e la penna pesa come un macigno, per il bisogno di dare vita ad un racconto vero e significativo. Su di lui si è scritto poco, senza saper andare oltre al suo grave problema di salute, colpevole di averlo ucciso il 14 Novembre del 1996, in una fredda giornata bolognese; in realtà però Giuliano (o Giulio come lo chiamava affettuosamente un cronista veronese, Roberto Puliero, quando ne descriveva le gesta) è stato molto di più, un calciatore che ha lasciato un segno tangibile a cavallo tra gli anni 80 e 90 e che merita di essere ricordato.
Nato a Roma nel 1958 e trasferitosi in tenera età in Germania con la famiglia fino ai tre anni, fa poi ritorno in Italia, stabilendosi ad Arezzo dagli zii, i quali possono garantirgli mantenimento e studi (riuscirà così ad ottenere il diploma di Geometra). Proprio ad Arezzo muove i suoi primi calci, iniziando come centrocampista per poi passare in porta, dove trova la miglior espressione delle sue doti atletiche, tanto da essere notato dal Torino, il quale arriva a fare una proposta agli zii; loro però non accettano, sentono il bisogno di crescerlo accanto a loro, temendo un suo trasferimento lontano dalla città toscana.
Non possono però opporsi quando a chiedere il loro ragazzo è proprio la prima squadra della città, la S.S. Arezzo, la quale non versa in buone acque economiche; questo aspetto rappresenta una vera fortuna per Giuliani, il quale brucia le tappe e, merito anche delle sue prestazione sempre più convincenti nelle squadre giovanili, arriva a debuttare in prima squadra all’età di 17 anni, in serie C.
È un ragazzo con i capelli ricci ed il viso pulito, dai lineamenti dolci ma che tra i pali sa trasformarsi in un vero e proprio combattente; grinta da vendere oltre a doti atletiche e una straordinaria eleganza nelle movenze, un portiere che non può passare inosservato, tanto da iniziare a fare circolare il suo nome tra gli addetti ai lavori. A lui arriva così il Como, club che nel 1980 milita in serie A e che decide di fare proprie le prestazioni del giovane talento.
Giuliano veste così la maglia lariana e già nella stagione 80/81 ha modo di debuttare in A, al Comunale di Torino, in un pareggio per 1 a 1 contro il Toro, sostituendo il titolare Vecchi, infortunato nell’occasione.

Fa seguito al primo anno di transizione una seconda stagione che gli consente di giocare maggiormente ma dove, causa una rosa indebolita rispetto all’anno precedente, retrocede in serie B. Nonostante ciò decide di rimanere, con l’obiettivo di riportare la squadra che aveva saputo credere in lui nella massima serie e nella stagione 83/84 ottiene così la promozione.
Il campionato di serie A 84/85 è per lui un segno del destino, gioca infatti alla grande insieme al suo Como, tanto da far nascere attorno a sé l’interesse del Direttore Sportivo dell’Hellas Verona, Emiliano Mascetti, che inizia seriamente a pensare a lui; nel frattempo proprio l’Hellas decide di consegnare alla sua storia ed a quella del calcio italiano il campionato, aggiudicandoselo il 12 Maggio 1985.
La svolta per Giulio arriva in estate, quando uno degli assoluti protagonisti dello scudetto gialloblù, Claudio Garella, decide di accettare la corte del Napoli di Maradona; la porta del Verona è a quel punto di Giuliani. E’ lui l’uomo nuovo al quale affidare la difesa del titolo, oltre a rappresentare il club veronese nella sua “prima volta” in Coppa Campioni.
Giuliani arriva a Verona con il peso della responsabilità di non far rimpiangere Garella, inoltre è alla sua prima volta in un club con grandi ambizioni, qualcosa che farebbe tremare le gambe a molti ma non ad uno come lui. Carattere riservato, poco propenso ad interviste e ruoli da protagonista, rimane il ragazzo di sempre, con quello sguardo che trasmette semplicità e voglia di dimostrare di essere all’altezza del ruolo.

A quel promettente portiere in arrivo dal Como i tifosi veronesi rispondono dividendosi tra speranzosi e scettici, a differenza di un piccolo portiere che in quell’estate del 1985 ha soli 8 anni, e che rimane colpito dall’arrivo di Giuliani nella squadra della città. Ne condivide del resto la medesima passione per il ruolo, tanto da farsi accompagnare dalla mamma a vedere i suoi allenamenti per scrutarne le movenze, il modo di stare in porta e di vestire, insomma “tutto”, come fanno i ragazzi quando individuano il loro idolo.
Il primo anno a Verona non è però esaltante, la squadra non è la stessa della cavalcata scudetto e Giuliani in più di qualche occasione finisce in mezzo alle critiche, come ad esempio dopo la cinquina rimediata dal Verona proprio a Napoli, con un gol in pallonetto di Maradona da centrocampo, che lo coglie fuori dai pali. Il confronto è presto fatto: “il suo predecessore Garella un gol così non lo avrebbe preso, lui stava in area piccola non al limite dell’area grande, ma che portiere è….”. Queste le voci che rimbalzano sulla piazza e non c’è cosa più difficile che lottare proprio contro i fantasmi del passato per Giuliano; lui questo lo sa bene perché la vita non gli ha mai regalato nulla, inoltre se gioca così fuori dai pali non è per distrazione o mancanza dei fondamentali ma solo perché lui è un portiere “moderno” nel calcio di fine anni 90. Sa bene che più vicino è all’azione di gioco e più probabilità ha di anticipare la giocata, dunque le critiche ingiustificate non lo scalfiscono e prosegue per la propria strada, allo stesso modo di quel bambino che lo osserva dalla televisione e dalla recinzione del campo di allenamento, difendendolo da chiunque lo critichi. Nemmeno un’altra cinquina rimediata ad Udine riesce a cambiarne la convinzione; la stagione si conclude con probabilmente più bassi che alti ma poco importa, è pur sempre un anno in più d’esperienza. E poi Giuliani piace a Mister Bagnoli, perché oltre ad essere di poche parole come lo è lui ed a credere nel lavoro sul campo, ne intravede anche le doti tecniche. Basta osservarlo nelle uscite in presa alta dove stilisticamente risulta perfetto ma non solo, i suoi interventi risultano spesso risolutivi, prediligendo alla respinta l’andare invece in “presa” sulla palla, bloccando così l’azione avversaria; totalmente diverso rispetto all’istintivo Garella, il cui fantasma inizia ad allontanarsi nel suo secondo anno a Verona. Giulio cresce ulteriormente ed inizia ad essere portiere protagonista, regalando parate importanti ed altrettanti successi.
Nel pre partita di Verona Juventus del 1986, match dalle grandi attese, Giuliano ed il suo giovane tifoso si trovano vicinissimi, nello stesso stadio; il piccolo portiere gioca infatti una gara amichevole prima dell’inizio di Verona Juve, ed è teso, non si è mai trovato in uno stadio cosi grande e pieno di gente. Nonostante tutto il suo unico pensiero rimane quello di incontrare il suo idolo; tant’è che prima di scendere in campo chiede al proprio allenatore: “Mister vorrei tanto vedere Giuliani”. Al termine della sua partita, scendendo le scale che conducono agli spogliatoi, il Mister gli chiede di rallentare il passo rispetto ai compagni di squadra, fino a fermarsi davanti alla porta della stanza dove si sta preparando la squadra del Verona. A quel punto l’allenatore bussa, poi apre lentamente, si sente Bagnoli parlare e le gambe del piccolo tifoso iniziano a tremare, intravede Giuliani che sta indossando la maglia; un incrocio di sguardi ed un cenno di saluto, in un istante per il piccolo tifoso è come toccare il cielo con un dito! La partita vede il Verona andare in goal con Elkjaer, è un Hellas che sta tornando protagonista insieme a Giuliani, diventato ormai consolidato portiere di serie A, tanto da catturare l’attenzione dell’Inter per un eventuale “dopo” Zenga, cosa che però non si concretizzerà mai.
Il terzo ed ultimo anno in maglia gialloblù lo vede protagonista assoluto anche sul fronte della coppa Uefa, memorabile una gara sotto la neve contro lo Sportul Studentesc (squadra rumena), dove para l’impossibile garantendo al Verona il passaggio del turno; si arrenderà solo al Werder Brema che eliminerà il Verona approdando poi in semifinale.
Tra le sue tante parate in maglia scaligera, merita una menzione a parte quella sfoderata da Giulio in un Verona Napoli del 1987, dove para, utilizzando lo mano di richiamo, un rigore calciato nientemeno che del miglior giocatore del mondo, Diego Armando Maradona.

Ora è davvero pronto, ha sconfitto il fantasma di Garella, anzi è divenuto lui il suo, tanto da prenderne il posto, nell’estate del 1988, nell’ambizioso Napoli arricchito di campioni.
Con i partenopei due stagioni, dal 1988 al ’90, vincendo nella sua prima lo scudetto, festeggiato al San Paolo contro la Lazio in una gara che lo vede protagonista. Una foto della giornata lo ritrae mentre saluta il pubblico di Napoli indossando una maglietta dai colori sgargianti, con un’enorme stella al centro del petto.

Quella foto non passa inosservata nemmeno al suo giovane tifoso che continua a seguirne le gesta seppure non più dal campo d’allenamento ma bensì dall’altro lato dell’Italia, attraverso la televisione; lui osserva Giulio che festeggia ed esprime un desiderio alla mamma: “vorrei tanto indossare una maglia uguale alla sua…”.
Giuliani l’anno successivo vince anche la coppa Uefa, prima di abbandonare Napoli in punta dei piedi, allo stesso modo di come era arrivato. Il suo viso è sempre lo stesso, i suoi capelli ricci anche, ma dentro di lui qualcosa è cambiato; quella città per certi aspetti bellissima ed altrettanto difficile non fa più per lui, forse non gli si è mai adattata pienamente. Troppo schivo Giuliano per il carattere aperto e solare dei napoletani, ma nonostante ciò è riuscito a dare il meglio di sé, ha saputo cavalcare l’onda, nella consapevolezza che Napoli rappresentava quell’occasione per la sua carriera da prendere al volo, qualsiasi rischio avesse comportato.
Nell’estate del 1990 si trasferisce ad Udine per sostituire ancora una volta Claudio Garella, ma ormai nessuno dei due è più fantasma dell’altro; Claudio si è ritirato e Giuliano sa che quella sarà la sua ultima città calcistica.
Due anni in B ed uno, l’ultimo, ancora una volta in serie A; ma i successi ed i festeggiamenti della Napoli di fine anni ottanta sono ormai lontane dalla sua mente, di quelle rimane solo un’ultima ombra che Giulio sa di non poter allontanare, si tratta di quel male incurabile che lo porterà via con sé.
Di tutto ciò che è venuto dopo quel ritiro del 1993 non mi va di parlare, ne hanno già scritto a sufficienza altri, dando interpretazioni e giudizi; come lo stesso mondo del calcio, il quale ha emesso forse il verdetto più pesante, quello di non ricordare più Giuliani.
E il suo piccolo tifoso? Già, lui oggi è diventato uomo, ma custodisce ancora gelosamente la maglia di Giulio e guardandola ha sentito il bisogno di aprire il cuore al ricordo, cercando con questo racconto di tornare a far brillare quella stella nella quale ha creduto.