Vincenzo Scifo: il genio incompreso

Vincenzo Scifo nasce il 19 Febbraio del 1966 a La Louvière, città belga, da una famiglia di minatori italiani, originari di Aragona, in provincia di Agrigento e trasferitasi in Belgio nel 1952.

Non fu facile per il piccolo Scifo e per i suoi genitori vivere in terra belga, dove la vita del minatore era considerata “povera”, trattata quasi con disprezzo; fu per questo che suo padre Agostino decise di sacrificarsi per garantire a Vincenzo, ed ai suoi fratelli, la possibilità di studiare e di potersi costruire una vita migliore.

Vincenzino (come è stato affettuosamente ribattezzato nel corso della sua carriera calcistica) ha sempre avvertito il peso della responsabilità della propria famiglia e di non tradire le aspettative dei genitori, garantendo loro quella sorta di riscatto sociale; il figlio di un minatore divenire il simbolo di una intera nazione.

Scifo per studiare si recava a Bruxelles, distante una cinquantina di chilometri da casa, ma in quei lunghi viaggi quotidiani coltivava il sogno di diventare un calciatore famoso, dal momento che il calcio iniziava ad essere al centro della sua vita e con la palla mostrava di saperci fare. Iniziò a muovere i primi calci nelle giovanili del R.A.A. Louvièroise, la squadra della propria città; era un ragazzino magrolino che però emergeva in mezzo al campo di calcio, dove si muoveva già con una classe al di sopra della media. Il pallore era incollato ai suoi piedi e le movenze rievocavano alla memoria i grandi campioni del passato, inoltre aveva una straordinaria visione di gioco.

Alla porta del giovane Vincenzo bussò ben presto l’Anderlecht, che gli propose di entrare nelle giovanili del club più prestigioso del Belgio. Interruppe gli studi l’anno prima di ottenere il diploma di ragioneria e, a soli 17 anni, venne convocato in prima squadra da Mister Van Himst, il quale decise di dare fiducia a quel ragazzino italo-belga, dotato di un incredibile talento.

Con l’Anderlecht si aggiudicò ben due campionati del Belgio, divenendone sempre più protagonista; fu così che iniziarono ad interessarsi a lui diversi club europei. Inoltre, nel 1984, Scifo decise anche di rinunciare definitivamente alla nazionalità italiana, per poter giocare con la nazionale belga; una scelta dovuta forse dalla necessità di sentirsi finalmente un “figlio” del Belgio, quello che gli era mancato da piccolo dove per tutti era l’italiano figlio di minatori.

A cogliere al volo l’occasione derivante dalla sua scelta fu il commissario tecnico del Belgio, Mister Thys, che lo convocò in nazionale consegnandogli le chiavi del centrocampo; Scifo non lo deluse, divenendo uno degli elementi più importanti della squadra, capace di dettare tempi e trame di gioco, grazie soprattutto ad un piede destro di straordinaria precisione.

Nell’estate del 1984 partecipò con il suo Belgio all’europeo in Francia, una vetrina perfetta per far conoscere a tutti il suo talento, tanto da essere considerato uno dei Top Player della rassegna; rimasero colpiti dalla classe di Scifo anche il CT della Francia Hidalgo ed il miglior numero 10 di quell’europeo, Michel Platini.

Vincenzo Scifo era diventato in così breve tempo uno dei giocatori più famosi del Belgio, ammirato da generazioni di giovani calciatori che sognavano di divenire come lui; inoltre era diventato l’oggetto del desiderio dei più importanti club europei. Nonostante ciò a qualcuno però non piaceva, più precisamente ad alcuni dei suoi compagni di nazionale, che lo accusavano di scarso impegno, di non essere un combattente e di essere privo di leadership. Sicuramente non rientravano nelle sue caratteristiche migliori il rincorrere avversari, fare contrasti e scivolate per recuperare palla, ma Vincenzo sapeva essere il faro di ogni squadra; consegnare palla a lui significava metterla al sicuro, garantendo la possibilità di una giocata vincente. Critiche che suonavano stonate per un giocatore altruista come lui, il cui unico scopo sul terreno di gioco era quello di mandare in goal un compagno di squadra.

Riguardo alla leadership, quella Scifo non l’aveva mai chiesta, erano stati gli esperti di calcio ed i tifosi a richiedergliela, ma questa si scontrava con il suo carattere mite e riservato; non desiderava stare al centro dell’attenzione, chiedeva solo di poter fare al meglio la cosa che più amava, giocare a calcio.

Nonostante tutto ciò, ai mondiali in Messico nel 1986 era ancora lui la stella del Belgio; lo stesso Enzo Bearzot (CT dell’Italia Campione del Mondo nel 1982) sosteneva nel suo libro “I mondiali di calcio” come la rassegna mondiale del ’86 sarebbe stata per Scifo l’occasione per la sua definitiva consacrazione, per mostrare a tutto il mondo calcistico il suo immenso valore. Ed il “grande vecchio” fu buon veggente, Vincenzo Scifo di quel campionato del Mondo ne divenne grande protagonista, accompagnando il suo Belgio ad uno storico quarto posto.

Al termine della competizione, Scifo iniziava a maturare la convinzione che fosse giunto il momento di abbandonare quel Belgio nel quale non si era mai sentito compreso fino in fondo, ed a lui iniziavano ad interessarsi molti club europei, convinti sempre più del suo talento. Era pronto a trasferirsi in un altro campionato, attratto soprattutto da quello italiano, considerato il più difficile al mondo e nel quale percepiva il legame delle sue origini. Detto fatto, il suo cartellino se lo aggiudicò l’Inter, per una cifra di 7,5 miliardi di lire.

L’esperienza in Italia iniziò sotto i migliori auspici, tant’è che lo stesso Platini lo accolse definendolo il suo erede; purtroppo però la stagione si dimostrò essere tutt’altro che esaltante. Con i nerazzurri totalizzò 28 presenze e 4 goal, senza risultare mai davvero incisivo nel gioco della squadra, soffocato dalle tante aspettative e da una critica dura nei suoi riguardi. Al termine del campionato l’Inter decise di non concedergli altro tempo, vendendolo al Bordeaux.

Una bocciatura pesante da digerire per Scifo; fallire in Italia, nel campionato dove militavano i migliori giocatori al mondo, significava non essere all’altezza. Una delusione cocente dalla quale non riuscì a riprendersi nemmeno l’anno successivo in terra francese, dove non riuscì mai a fare la differenza, lontanissimo da quello straordinario calciatore ammirato in Messico nel ’86.

Nella stagione 1988-’89 si trasferì all’Auxerre, con la voglia di recuperare se stesso, a due anni di distanza dall’infelice parentesi italiana. Qui incontrò Mister Guy Roux, l’allenatore perfetto per ricostruire psicologicamente lo Scifo uomo e calciatore; arrivarono così due stagioni da protagonista, nelle quali tornò ad essere decisivo, incantando i francesi con il suo immenso talento e rilanciando le sue quotazioni in vista del mondiale di Italia 90.

Scifo giunse a quel campionato del Mondo profondamente cambiato; Mister Roux nei due anni di Auxerre era riuscito nell’impresa di farlo divenire un leader, fortificando il suo carattere; inoltre, come se non bastasse, nutriva la voglia di rivincita nei confronti di una nazione che lo aveva scartato troppo presto, senza concedergli attenuanti.

Il suo Belgio debuttò il 2 Giugno del 1990 contro la Corea del Sud, ottenendo la vittoria per 2 a 0 con goal di Degryse e Dewolf; ciò che colpì però fu Scifo ed il suo impatto sulla gara, vera e propria musa ispiratrice della squadra belga, finalmente il leader che il Belgio attendeva.

Si dice che la fortuna aiuti gli audaci, probabilmente è così, ma nel caso dei campioni c’è qualcosa in più, è come se il destino per loro abbia riservato un appuntamento speciale, un’occasione unica per mostrare a tutti la loro grandezza; anche per Scifo non poté che essere così.

L’appuntamento che attendeva con ansia dal giorno in cui si concluse la sua esperienza in maglia nerazzurra, si presentò il 17 Giugno del 1990, allo stadio Bentegodi di Verona, dove andò in scena la seconda partita del girone di qualificazione tra Uruguay e Belgio. La partita si mise subito bene per la compagine belga che passò in vantaggio con un goal di Ley Clijsters; l’Uruguay tentò di reagire, attaccando a testa bassa nel tentativo di rimettere in equilibrio la gara ma poi, al minuto ’23, arrivò l’appuntamento con il destino di Scifo.

Vincenzino ricevette palla nella metà campo sudamericana, la fece sfilare accentrandosi, senza che gli avversari tentassero di contrastarlo, tutti intenti a marcare gli altri giocatori belgi, in attesa del suo solito passaggio smarcante a favorire un compagno. Scifo a differenza, nonostante i 35 metri di distanza dalla porta, vide un piccolo spiraglio, leggendoci la possibilità di segnare e decise pertanto di calciare. Di destro certo, il suo piede, quello con il quale aveva incantato tutti gli appassionati di calcio fin dagli inizi della sua carriera. Il tiro che ne scaturì fu potente e preciso, di rara bellezza, che si insaccò nell’angolo destro della porta difesa dall’Uruguay. Non fu solo il goal del raddoppio belga, bensì entrò di diritto nella “Top ten” dei goal più belli del secolo, ottenendo quasi 3.000 voti.

Poco importa che in quel mondiale il Belgio venne poi eliminato ai supplementari dall’Inghilterra, Scifo lasciò comunque un segno indelebile, una piccola rivincita in quella terra alla quale, nonostante tutto, era legato affettivamente.

Successivamente al mondiale decise di ritornare a giocare in Italia, con la maglia prestigiosa del Torino; ora era davvero pronto, era diventato uomo e calciatore d’esperienza e questa volta non avrebbe fallito. Con il Toro raggiunse nel suo primo anno la finale di coppa Uefa, persa contro l’Ajax in una gara determinata dagli errori arbitrali, mente l’anno successivo si aggiudicò la Coppa Italia, superando in finale la Roma. Finalmente la missione di Scifo era compiuta, aveva convinto i tifosi italiani del suo talento.

I debiti dei granata obbligarono però Scifo ad essere ceduto al Monaco, dove ebbe modo di mettersi ancora in evidenza, ottenendo la convocazione al mondiale statunitense del 1994 e francese del 1998, raggiungendo così il record di ben quattro campionati del Mondo giocati.

Concluse poi la carriera in terra belga giocando con Anderlecht e Charleroi (squadra che guidò anche da allenatore nella stagione 2000 – 2001).

Il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche diceva: “Con un talento in più si è spesso più insicuri che con uno in meno: come il tavolo sta meglio su tre che su quattro gambe“; in questo aforisma è descritta la carriera di Vincenzo Scifo, un calciatore vittima spesso del suo stesso talento, genio incompreso del calcio.

John Lukic e quel filo sottile tra errori e prodezze, tra Leeds ed Arsenal

130 John Lukic Photos and Premium High Res Pictures - Getty Images

John Lukic è stato uno dei portieri che hanno segnato quasi un ventennio di Premier League, tra gli anni ottanta e duemila.

Nato a Chesterfield da genitori serbi, ha iniziato a giocare giovanissimo nel Leeds United, uno dei due club ai quali ha dedicato tutta la sua carriera. L’esordio nel calcio professionistico arriva già da giovanissimo, a soli diciannove anni; da quel momento colleziona con i “whites” ben 165 presenze, prima di trasferirsi nel 1983 all’Arsenal, dove si toglie la soddisfazione di vincere la coppa di Lega nella stagione ’84-’85 e poi il titolo nel 1989.

Nonostante aver dimostrato di saper vincere, l’anno successivo il manager dei “Gunners”, George Graham, mette sotto contratto David Seaman (che diverrà portiere della nazionale inglese), obbligando cosi Lukic al trasferimento e facendolo tornare nel suo amato Leeds United. Elland Road, la tana dei “whites”, è casa sua, il suo ambiente; la tifoseria lo ama, lo protegge e lui ripaga la stima aggiungendo altre 265 gare ufficiali, vincendo il titolo nella stagione 1991-1992 ed anche una Coppa di Lega nel 1995.

Purtroppo però, come già era capitato nella sua carriera, è obbligato a lasciare ancora una volta da vincente, questa volta proprio il suo Leeds, che sceglie di acquistare il portiere Nigel Martyn, attribuendo la motivazione della scelta all’età di Lukic, considerato ormai a fine carriera. Lui ovviamente non la pensa così, sente di poter dare ancora qualcosa al calcio; della sua stessa opinione è, guarda caso, ancora l’Arsenal, che lo ritiene l’uomo giusto da poter affiancare a Seaman e, successivamente ad Alex Manninger. Lukic gioca ovviamente poco, ma riesce a togliersi la soddisfazione di scendere in campo contro il Derby County in campionato, ad un passo dai quarant’anni e poi in Champions League, contro la Lazio, divenendo di diritto uno dei calciatori più anziani di sempre nella competizione europea.

Nel 2001 decide di appendere definitivamente i guanti al chiodo, chiudendo cosi la sua lunga carriera divisa tra Leeds ed Arsenal.

Lukic è stato certamente un portiere di grandi qualità tecniche, anche se eccessivamente discontinuo; quel suo difetto nel mantenere alta la concentrazione per tutta la gara, lo ha portato spesso a commettere errori piuttosto evidenti, finendo più volte nelle classifica dei “Goalkeepers Mistakes”. Tra le prestazioni da dimenticare, sicuramente quella giocata l’otto novembre dell’Ottanta con la maglia del Leeds proprio contro l’Arsenal, dove commise più errori determinanti nella sconfitta finale per 5 a 0.

Ma se gli errori alcune volte hanno segnato pesantemente la sua carriera, è anche vero che Lukic è stato spesso in grado di compiere parate incredibili e, soprattutto, fondamentali nell’aggiudicarsi ben due campionati inglesi e due coppe di Lega. Basti ricordare la sua straordinaria prestazione proprio contro l’Arsenal ad Hibury, fondamentale per la vittoria del titolo da parte del Leeds, quasi come se il destino non potesse sciogliere il legame tra la sua carriera e questi due club, oltre a volergli regalare una rivincita a quella sfortunata gara giocata ben undici anni prima.

Mi piace però racchiudere sempre la storia di un calciatore in un gesto sportivo ( in questo caso una parata) che possa descriverlo, rappresentando la fotografia più bella della sua carriera; nel caso di Lukic ho deciso così di tornare con i ricordi a quel lontano 1987, anno nel quale si giocò una finale di coppa tra Arsenal e Liverpool e dove lui ne fu protagonista.

Il 5 Aprile del 1987 nel prestigioso stadio di Wembley va in scena, infatti, la finale della coppa di Lega; lo storico impianto londinese fa registrare 96.000 spettatori, in una splendida giornata di sole che fa da cornice all’evento. L’Arsenal è nella sua veste tradizionale rossa e bianca, mentre il Liverpool indossa una maglia bianca con calzoncino nero; Lukic invece, veste la sua consueta maglia verde, con calzoncino bianco e calzettone rosso, abbigliamento classico dei portieri di calcio inglesi a quel tempo.

La sfida promette bene ed il gioco appare da subito equilibrato, tra due squadre che si affrontano a viso aperto, accettando il rischio di scoprirsi in difesa pur di trovare il goal del vantaggio. E’ proprio ciò che capita all’Arsenal quando un lungo lancio della difesa dei “reds” lo trova scoperto; il difensore dei “gunners” O’Leary sembra in grado di raggiungere per primo la palla sventando così l’offensiva, ma l’attaccante del Liverpool, Ian Rush, riesce a strappargliela dai piedi grazie ad una scivolata, passandola poi velocemente al centro dell’area sull’accorrente Craig Johnston, che la impatta alla perfezione.

La palla scagliata dall’attaccante del Liverpool viaggia veloce ed a filo d’erba, destinata ad insaccarsi a pochi centimetri dal palo; tutto perfetto se non fosse per John Lukic. Già perché lui è la, in quella porta, questa volta però concentrato e non disposto a farsi superare. Sa benissimo che per intercettare la sfera deve scendere a terra con grande rapidità e questa non è una cosa facile per un portiere della sua altezza; lui per lo fa, si lancia verso quel palo e, con la punta delle dita, riesce a toccare quella palla deviandola. Un tocco leggerissimo il suo, alla pari di un soffio di vento che fa cadere dolcemente le foglie da un albero, lui fa volare via l’esultanza pronta di Craig Johnston, che aveva assaporato l’idea di veder entrare in porta la palla, portando in vantaggio il Liverpool.

I “reds” il vantaggio lo troveranno poco dopo con Rush, agguantato e poi superato però dalla doppietta di Nicholas, che regalerà ai Gunners la coppa di Lega, facendo divenire così per Lukic “fondamentale” quella parata. Il suo volo a deviare la palla con Craig Johnston incredulo che porta le mani ai capelli è l’immagine più bella che il portiere dell’Arsenal potesse mai regalare ai propri tifosi ed agli appassionati di calcio; ancora oggi un gesto da ricordare quando si prova a raccontarne la carriera calcistica e quel suo continuo passare tra un errore ed una prodezza, tra Leeds ed Arsenal, in un legame davvero indissolubile.

Helmuth R. Duckadam: eroe per una notte

Capita alcune volte che un’intera carriera a buoni livelli possa non bastare per essere ricordati nel tempo, a differenza di come un’istante possa invece consegnare un calciatore alla storia di questo sport. A questo secondo caso può essere ricondotta la carriera calcistica di Helmuth Duckadam, portiere dello Steaua Bucarest, che seppe conquistare l’Europa nella prima metà degli anni ottanta.

Nato a Semlac il 01 Aprile del 1959, Duckadam mosse i primi calci nella squadra della sua città, divenendo poi professionista ed approdando nella serie A rumena nel 1978. Portiere molto agile e potente, nonostante i suoi 189 cm di altezza, e dotato inoltre di buona tecnica, finì ben presto nel mirino dello Steaua Bucarest che lo acquistò nel 1982. Due anni più tardi raggiunse il primo successo, quello nel campionato rumeno, ripetuto anche l’anno successivo con l’aggiunta anche della Coppa dei Campioni; quest’ultima sollevata al cielo nella notte di Siviglia, ed alla quale Duckadam legherà per sempre il proprio nome.

Nella finale della coppa campioni del 1986 si sfidarono una sorprendente Steaua Bucarest ed un esperto Barcellona, quest’ultimo dato inevitabilmente per favorito; ma come capita spesso in questi casi a spuntarla fu proprio la squadra con i pronostici sfavorevoli. Lo Steaua fu capace di trascinare la gara fino ai calci di rigore, affidando poi il destino nelle mani del proprio portiere; quel che accadde da quel momento in poi è storia del calcio.

Sicuramente il numero uno rumeno mai avrebbe pensato che quei calci di rigore avrebbero cambiato la sua vita, rendendolo una celebrità; probabilmente il suo obiettivo, quando si posizionò sulla riga di porta per sfidare il primo rigorista spagnolo, era quello di poterne respingere almeno uno, invece riuscì nell’impresa di parare tutti e quattro i rigori calciati dal Barcellona, mettendo una firma indelebile sulla prestigiosa finale ed associando per sempre il proprio nome a quello dello Steaua campione d’Europa.

Al ritorno in patria venne nominato giocatore rumeno dell’anno, divenendo obiettivo di mercato di importanti club europei, su tutti il Manchester United; purtroppo però su Duckadam, dopo l’eroica notte di Siviglia, calò il buio e l’anonimato. Tutto dipese da una trombosi alle mani (questa la versione ufficiale), cosi grave da fargli correre addirittura il rischio di una amputazione del braccio e ponendo sostanzialmente la parola fine alla sua carriera.

Sulla sua anticipata interruzione calcistica nacque anche una leggenda, che attribuì le sue condizioni di salute ad una spedizione punitiva da parte della polizia del Regime, richiesta dal figlio di Ceausescu, con il quale Duckadam era entrato in contrasto per futili motivi. I miliziani del dittatore rumeno gli avrebbero volutamente spezzato le mani, provocando fratture dalle quali il portiere dello Steaua non si sarebbe più ripreso. Lo stesso Duckadam però, anche dopo la fine del Regime ed il ritorno alla democrazia e pur facendo comprendere la sua opinione negativa nei confronti di Valentin Ceausescu, non diede spiegazione diversa riguardo la sua sfortunata conclusione di carriera.

Il ritiro ufficiale avvenne nel 1991, con la maglia del Vagonul Arad, dove ebbe modo ancora una volta, durante una gara di coppa di Romania, di essere determinante nel superamento del turno parando due rigori; quasi a voler dimostrare che in quella finale di coppa campioni non era stato semplicemente fortunato. Nonostante tutto l’ “eroul del la Sevilla” (come venne ribattezzato in patria), quel portiere con baffi e completo verde che si mise a correre con la palla tra le mani, in un’esultanza incontenibile dopo il quarto rigore parato, è di diritto un pezzo di storia del calcio. Helmuth Duckadam eroe per una notte, o forse eroe per sempre.

Vent’anni fa Redondo illuminava la notte dell’Old Trafford

Il 19 Aprile 2000 a Manchester, Fernando Redondo incantava, con uno straordinario colpo di tacco, tutti gli appassionati di calcio

Si dice che il calcio, agli occhi dei suoi estimatori, sia “poesia”; questo perché racchiude in sé emozioni forti, sentimenti d’amore per la propria squadra del cuore o per un giocatore. Un legame indissolubile tra emozione e sogno; lo stesso Pasolini diceva che il calcio è un linguaggio fatto di prosatori e di poeti.

Tra coloro che hanno saputo fare del calcio poesia troviamo certamenteFernando Redondo, un principe di eleganza, un fuoriclasse del centrocampo, capace di essere, per più di un decennio, uno dei migliori calciatori sul panorama mondiale. Dotato di  tecnica sopraffina e  di visione di gioco, ma limitato da un grave infortunio, dal quale non ha mai recuperato pienamente, dovendo così interrompere la carriera anzitempo.

Gli anni d’oro di Redondo al Real Madrid e quelli tristi con il Milan, una carriera divisa tra successi e sfortune

Con le “merengues” la fase migliore della sua carriera; è il Principe indiscusso del centrocampo madrilista, lo sviluppo del gioco è affidato al suo immenso talento. Redondo si trova sempre al posto giusto e nell’attimo giusto, la sua intelligenza calcistica, unita al talento dei piedi gli consente, con grande facilità, di trovare in ogni momento  il passaggio utile per un compagno. Con il Real si aggiudica per due volte la Liga spagnola e la Champion’s League, oltre alla coppa Intercontinentale. Classe ed eleganza al servizio del Real fino all’estate del 2000, quando, per una cifra di 35 miliardi di lire, passerà al Milan.

Un trasferimento che Redondo non prenderà bene, nella convinzione che mai il Real si sarebbe privato di lui; ad attenderlo però un Milan altrettanto stellare, che lo ha voluto fortemente, vista l’ammirazione che nutre per lui Silvio Berlusconi. Purtroppo è la sfortuna a bussare alla porta di Fernando: un brutto infortunio ad inizio stagione, forse per colpa dei carichi di lavoro pesanti o semplicemente perché doveva andare cosi. Di li in poi una lentissima ripresa, con cure al limite dell’accettabile pur di non soffrire più e tornare a giocare, ma questa volta l’ostacolo è insormontabile, costringendolo ad arrendersi e chiudendo così l’avventura milanista, nonché la sua carriera nella stagione 2003-2004.

Quando il Principe illuminò la notte dell’Old Trafford.

Il 19 aprile del 2000 a Manchester è una notte di quelle importanti, capaci di catturare l’attenzione di tutti gli appassionati di calcio; si gioca, infatti, la sfida valevole per la Champion’s League tra i padroni di casa dei “red devils” ed il Real Madrid. Una partita caratterizzata dalla presenza di numerosi campioni da entrambe le parti, in uno stadio emozionante come l’Old Trafford; dovrebbe bastare già tutto questo per valere il prezzo del biglietto o per rimanere incollati davanti alla televisione che trasmette la partita. Già, dovrebbe bastare, ma non per chi vede il calcio in modo romantico, attendendo una giocata ad effetto, capace di emozionare.

È il minuto 53 della sfida, il Real si trova in vantaggio con la qualificazione ormai in mano, quando la palla arriva a Fernando Redondo. Il Principe si sposta verso la sinistra del campo, portando la palla verso l’out, marcato da vicino da Berg;sembra un semplice possesso palla, se non fosse che Redondo è un poeta del calcio e non può certo limitarsi ad una giocata banale. Inventa cosi un colpo di tacco, facendo passare la palla tra le gambe del difensore dello United, mentre lui contemporaneamente gli sfila dietro, scattando a recuperare la palla che sta per scivolare sulla linea di fondo, ma che sembra quasi volerlo aspettare. Fernando arriva  sul pallone, poi alza la testa guardando in mezzo all’area di rigore, dove ad attenderlo c’è il compagno di squadra Raül; ultimo tocco di biliardo e per l’attaccante spagnolo c’è solo da appoggiare quella palla in rete. Su questa c’è scritto in modo indelebile “Fernando Redondo“, il solo in grado di trasformare in poesia la notte di Manchester, consegnandola alla memoria del football romantico.

Articolo già edito in www.gazzettafannews.it

Vicenza, il sogno Serie B sempre più concreto

L’assemblea di Lega Pro di Aprile ha manifestato la volontà, da parte della maggioranza dei Presidenti, di interrompere definitivamente il campionato. Motivazioni da ricercare non solo nel rischio contagio dei propri tesserati, ma anche nella difficoltà economica che vive oggi la Lega Pro. La proposta del consiglio di Lega Pro, sarebbe quella di una promozione diretta delle squadre al comando dei gironi al momento dell’interruzione; Monza Vicenza e Reggina sarebbero in B, mentre la quarta promossa uscirebbe dalla disputa di un playoff. Per la squadra di mister Di Carlo, sarebbe dunque il coronamento di un campionato dove è stata protagonista fin dalle prime gare.

I dubbi sulla proposta del Consiglio di Lega Pro

Il 4 Maggio si deciderà in merito alla proposta presentata dal Consiglio di Lega, che però sta facendo già discutere molto, raccogliendo opinioni contrastanti. Più club si sono detti, infatti, contrari alla proposta di promuovere in modo diretto in Serie B le squadre prime nei rispettivi gironi. Il Presidente del Bari, Luigi De Laurentiis, si è detto pronto a ricorrere in Tribunale qualora tale proposta dovesse concretizzarsi. 

Il Presidente della Serie B, Mauro Balata, ha giudicato negativamente le modalità di promozione riportate nella proposta, oltre alla volontà di non tornare a giocare. Bisogna però considerare che i ricavi della Serie C sono ben inferiori a quelli di A e B; una prosecuzione della stagione a porte chiuse sarebbe solo un danno economico per i club, con i ricavi ridotti a zero.

Ci sono poi situazioni come quelle di Vicenza, Monza e Reggina che stavano conquistando la promozione sul campo e che risultano danneggiate dall’interruzione del campionato. L’aspettativa per queste squadre è quella, in una eventuale non ripresa della stagione, di vedersi riconosciuta la promozione nel campionato cadetto. Si attenderà ora la posizione del Presidente della FIGC Gravina, ma la sensazione è che le tempistiche di assegnazione delle promozioni saranno piuttosto lunghe.

Stefano Rosso: “La promozione in B del L.R. Vicenza non è scontata”

Il Presidente del Lanerossi VicenzaStefano Rosso, è intervenuto riguardo l’ipotesi di una promozione diretta della propria squadra in Serie B, ritenendola non così scontata. Secondo Rosso, la miglior condizione sarebbe stata quella di ottenere la promozione sul campo, ma purtroppo ci sono difficoltà oggettive nella ripresa del campionato, soprattutto sotto l’aspetto della salute di calciatori e staff a rischio contagio.

Il Presidente Rosso ha deciso di accettare la proposta del Consiglio di Lega Pro, per tutelare la salute dei propri tesserati, senza addentrarsi nell’aspetto economico. Anche la compagine vicentina però registrerebbe una perdita considerevole negli incassi, con una prosecuzione a porte chiuse. Stefano Rosso prima di pronunciarsi in merito alla promozione attende, dunque, la ratifica da parte del Consiglio Federale della FIGC.

Vicenza pronto anche al ritorno in campo

Se la Serie B non dovesse arrivare dalla sospensione definitiva del campionato, il Vicenza è pronto a conquistarla sul campo; convinzione e consapevolezza della propria forza, nonché il comando nel girone, lasciano presagire che la squadra possa comunque raggiungere la promozione.

Il Presidente della Lega Pro, Ghirelli, si è detto disposto ad adeguarsi ad un’eventuale decisione della FIGC di terminare i campionati; rimanendo allo stesso tempo conscio dell’attuale rischio economico che si sta vivendo in Serie C. Proseguire il campionato anche in estate obbliga le squadre a gestire più fattori; in primis condizione fisica e mentale dei calciatori. Mister Di Carlo e il suo staff si stanno preparando anche a questa ipotesi, c’è da difendere un primato in classifica raggiungendo l’obiettivo della promozione; é sicuramente un’attesa snervante, ma in questa stagione senza precedenti, per raggiungere i propri obiettivi bisogna davvero essere pronti a tutto.

Articolo già edito su www.metropolitanmagazine.it

NEVILLE SOUTHALL: IL GUARDIANO DEL “SOGNO” EVERTON

Neville Southall ha rappresentato uno dei calciatori più popolari a cavallo tra la metà degli anni 80 e 90 in Inghilterra, tra i migliori numeri uno nella storia del calcio inglese e non solo. È stato nominato uno dei cento più grandi giocatori del ventesimo secolo dalla rivista “World soccer”; niente male per un portiere che ha trascorso la prima parte della carriera calcistica come dilettante.

Nato il 16 Settembre del 1958 a Llandudno, in Galles, secondo di tre fratelli, iniziò a muovere i primi calci nella squadra cittadina, i “Llandudno Swifts”. Una squadra piuttosto limitata, che però concedeva al buon Neville di ricevere moltissimi tiri, sviluppando cosi le proprie doti e mettendosi in evidenza.

All’età di 14 anni partecipò con la sua squadra ad una tourné in Germania, dove ebbe modo di farsi notare dal Fortuna Dusseldorf, squadra della Bundesliga, che gli offrì l’opportunità di entrare nel proprio settore giovanile. Southall decise però di non accettare, sia per la lontananza dalla propria famiglia, quanto per il fatto che non pensava assolutamente che il calcio potesse essere una professione; la sua ambizione era quella di diventare postino nella propria città.  Fu questo il motivo per il quale Southall iniziò a svolgere diversi lavori: cameriere, netturbino e manovale, dedicandosi al calcio semplicemente come hobby, nonostante le qualità che manifestava tra i pali facessero presagire ben altro.

La chiave di svolta della sua vita arrivò quando a notarlo fu il Bury, che nel 1980 acquistò il cartellino di Southall, su specifica richiesta del manager Dave Connor.

Nel Bury ebbe modo di mettersi ben presto in evidenza, ricevendo il premio, al termine della stagione, di miglior giocatore del club, nonché miglior giovane dell’anno.

Per la stagione successiva arrivò l’offerta da parte dell’Everton di Howar Kendall; vantaggiosa economicamente sia per il Bury quanto per Southall, di conseguenza entrambi accettarono. Di certo in quel preciso momento della propria carriera, Neville non avrebbe mai pensato che quella nuova avventura, in una squadra dove si trovò da subito la concorrenza di due portieri più avanti di lui nelle gerarchie, si sarebbe dimostrata essere la più importante della sua vita calcistica, trasformandolo in portiere vincente.

Nonostante quella concorrenza iniziale che si trovò ad affrontare giunto a Liverpool, riuscì a dimostrare di avere una marcia in più rispetto agli altri, tanto da essere definito da Kendall come il miglior portiere della First Division. Nonostante ciò però, causa alcuni problemi fisici che lo limitarono nelle prestazioni; in seguito ad una sconfitta per 5 a 0 rimediata dal suo Everton a Goodison Park contro il Manchester United, Mr Kendall decise di spedire in prestito Southall al Port Vale in quarta divisione.

Una bocciatura che avrebbe tagliato le gambe a chiunque, ma non a Neville, capace di ripartire da quel calcio di periferia, così vicino a quello dilettantistico che aveva contraddistinto la fase iniziale della sua carriera. Si rimise in gioco, con la forza di chi conosce il significato del termine umiltà, rimboccandosi le maniche e ricostruendo la sua carriera con ancora più convinzione di prima.

Al Port Vale, in soli due mesi, riuscì a conquistare pubblico e dirigenza, tanto da portare il manager McGrathe a tentare di avanzare una richiesta all’Everton per poterlo trattenere; ma l’infortunio di Arnold, portiere titolare dell’Everton, obbligò Kendall a richiamare Southall dal prestito.

Al suo ritorno Neville era cambiato, aveva riassaporato nell’esperienza a Por Vale le sue origini, il calcio semplice, quello che a lui piaceva tanto e tutto ciò lo aveva rigenerato; recuperata la miglior condizione, era finalmente pronto per aprire un ciclo.

Da quel momento in poi, da titolare inamovibile dell’Everton, collezionò ben due campionati inglesi (’83-’84 e ’86-’87), due coppe d’Inghilterra (’83-’84 e ’94-’95), quattro Charity Shield (’84-’85-’86-’95), infine, una coppa delle Coppe (’84-’85).

Lasciò l’Everton al termine della stagione ’97-’98, causa una squadra poco competitiva e dai risultati scadenti, oltre ad un difficile rapporto con il nuovo allenatore Mike Walker; secondo Southall più impegnato a concentrarsi sulla propria abbronzatura piuttosto che sulla squadra.

Una breve esperienza con il Southend Utd per poi passare, sempre nel 1998, allo Stoke City, voluto da Mr Chris Kamara. Quest’ultimo però venne sostituito dopo pochi mesi da Alan Durban, con il quale Southall entrò presto in conflitto, tanto da essere relegato a riserva poiché ritenuto, dal nuovo manager, una influenza negativa per la squadra.

Sicuramente una presenza di grande personalità quella di Neville Southall, un uomo senza compromessi che diceva sempre ciò che pensava, anche se questo poteva creargli problemi. Non va dimenticato che lo stesso Sir Alex Ferguson lo cercò poco prima di scegliere Peter Schmeichel come portiere dei “red devils”, decidendo in favore del portiere danese proprio a causa del carattere particolarmente difficile di Southall.

Al termine di una stagione che il portiere gallese definì come uno dei peggiori episodi della sua vita, si trasferì al Torquay Utd che militava in terza divisione. Aveva ancora estimatori nelle categorie superiori, ma a Neville interessava poco la categoria, lo aveva già dimostrato in passato; il suo unico obiettivo era quello di divertirsi giocando a calcio. Guarda caso anche al Torquey fu votato giocatore dell’anno al termine della stagione; nonostante l’avanzare dell’età le sue prestazioni in campo continuavano ad essere decisive.

Nel 2000 passò al Bradford city, con il doppio ruolo di giocatore/allenatore e fu proprio in questa stagione che Southall firmò un altro record nella sua straordinaria carriera. Causa l’infortunio in contemporanea dei due portieri titolari, il 12 Marzo del 2000, nella sfida contro il Leeds Utd scese in campo all’età di 41 anni, divenendo il quarto calciatore più anziano nella storia della Premier League.

Dopo il Bradford giocò ancora nelle categorie minori, fino ad appendere definitivamente i guanti al chiodo nel 2002.

Le successive esperienze da allenatore fecero emergere ancora una volta il carattere forte e senza compromessi di Southall; si scontrò, infatti, con la Federazione gallese che gli aveva dato incarico di allenare la rappresentativa Under 19; a suo giudizio era stato trattato con totale mancanza di rispetto. E poi ancora lo scontro con il Presidente del Hastings Utd, con il quale iniziò una collaborazione durata solo un anno.

Negli ultimi anni però Neville ha trovato la propria dimensione fuori dal terreno di gioco, iniziando ad occuparsi di bisognosi ed emarginati. Ha destinato il proprio account Twitter per rispondere ed offrire assistenza nell’ambito delle dipendenze dalla droga, dando supporto per il recupero di donne costrette alla prostituzione. Neville Southall dunque non solo campione in campo, ma anche nel quotidiano; uomo di valori, rimasto umile anche quando il calcio gli consegnò le chiavi del successo.

Si dice ci sia sempre una parata “perfetta” nella storia di un portiere, capace di racchiuderne la carriera in un gesto tecnico, una prodezza. Nel caso di Neville Southall sono tante le parate che hanno contraddistinto la sua lunga carriera; ne voglio però ricordare una in particolare, quella che mise in scena il 3 Aprile del 1985, a White Art Lane, nello scontro decisivo per la conquista del titolo contro il Tottenham Hotspurs.

Una parata che Jeff Powel, giornalista del Daily Mail, definì come il salvataggio più sorprendente dopo quello di Gordon Benks su Pelè.

A White Art Lane c’era quel giorno il pubblico delle grandi occasioni, poiché ci si giocava tantissimo nella corsa al titolo; erano le ultime speranze di riaprire il campionato da parte degli Spurs.

L’Everton partì subito bene; Andy Gray lo portò in vantaggio, azzittendo lo stadio. Ancor più d’impatto fu il silenzio che calò nel secondo tempo, alla rete del raddoppio firmata da Trevor Steven.

Il Tottenham però non si arrese, a testa bassa iniziò ad attaccare con la forza della disperazione, di chi sa bene che questa è l’ultima opportunità.

A risvegliare il pubblico ci pensò Graham Roberts, accorciando le distanze per il Tottenham, con uno straordinario goal dalla distanza. In quel momento White art Lane divenne una bolgia, l’unione di pubblico e giocatori si trasformò in una unica forza “Spurs”, in grado di schiacciare l’Everton nella propria area; al pari di un pugile alle corde che attende il colpo del K.O.

Poco dopo arrivò un cross proveniente dalla destra della porta difesa da Southall; forte e tagliato, di quelli che chiedono solo di essere colpiti per essere depositati alle spalle del malcapitato portiere. Quando la palla giunse in mezzo all’area di rigore, ad attenderla c’era Mark Falco; il quale si esibì in uno stacco poderoso, colpendola con forza e spedendola a velocità sostenuta appena sotto la traversa.

Probabilmente quella palla in qualsiasi altra situazione sarebbe entrata in porta, concedendo agli Spurs di pareggiare, ma non quel giorno …non davanti a Neville Southall. Lui si era messo in testa di strappare una vittoria che avrebbe ipotecato il titolo!

Non era tipo da farsi intimidire lui, anzi il suo sguardo nel tunnel d’ingresso era caratterizzato da una convinzione che metteva paura, allo stesso modo del suo ingresso in campo. Vestito come da consuetudine con una maglietta verde, pantaloncino bianco e calzettone blu (quest’ultimo abbassato ad altezza stinco, per poi calare sulle caviglie durante la gara); sotto il braccio tratteneva la palla, quasi volesse lanciare subito un messaggio a tutti i tifosi Spurs accorsi allo stadio.  Le loro speranze si sarebbero infrante su di lui, quel pallone era e sarebbe stato suo!

Quando la palla colpita da Falco stette per entrare, Southall si aggrappò a tutto il suo repertorio; balzò verso l’alto inarcando la schiena, un movimento obbligato per riuscire a recuperare qualche centimetro su quella palla che stava per superarlo. Era una corsa contro il tempo e la velocità della sfera, ma ancor più verso quel sogno “Everton”. Già, il sogno, quello stesso che riempiva le giornate di un Neville ragazzino, che viveva di un calcio dilettantistico sognando uno stadio ed un momento così.

La sua mano arrivò su quella palla, riuscendo a spingerla verso l’alto, al di sopra della traversa; il pallone finì, ironia della sorte, in mezzo ai tifosi del Tottenham assiepati dietro la sua porta, facendo capire loro che questa volta era davvero finita. Ciò che venne dopo è semplice storia del calcio. L’Everton uscì da Londra con il titolo in mano; il suo guardiano questa volta era volato davvero troppo in alto, oltre ogni immaginazione; era riuscito a custodire gelosamente il “sogno”, trasformandolo in realtà.

Triestina: ecco la proposta per riformare la Serie C

La Triestina si è espressa sfavorevolmente riguardo la possibilità di una ripresa del campionato, nei prossimi mesi. Troppo rischioso per l’incolumità dei calciatori e delle loro famiglie tornare a viaggiare ora, con ancora presente il rischio di contagio da Covid-19. A ciò si aggiunga poi la forte riduzione degli incassi verso la quale si andrebbe incontro, esponendo ulteriormente i club sotto l’aspetto economico. Secondo l’Amministratore unico della Triestina, Mauro Milanese, in questo momento è giusto fermarsi a riflettere sulle reali necessità delle squadre di Lega Pro. Progettare una riforma sostanziale del campionato nella prossima stagione è d’obbligo per evitare il fallimento di molti club.

Milanese chiede lo sblocco delle fideiussioni 

I Presidenti dei club di Lega Pro si trovano a gestire un momento davvero molto delicato, sotto l’aspetto finanziario; le loro aziende sono chiuse, facendo cosi venire meno la possibilità di attingere ad ulteriori risorse economiche. In una situazione del genere la priorità, secondo Milanese, è quella di sbloccare la fideiussione versata dai club all’atto di iscrizione; tale procedura consentirebbe alle società di poter far fronte alle attuali spese, attingendo ad un tesoretto di circa 800mila euro. La richiesta è già stata presentata alla Lega Pro nell’incontro del 3 Aprile, ora si attendono sviluppi in merito. 

Nodo Aic-stipendi: la posizione della Triestina

Damiano Tommasi, Presidente dell’Aic, ha criticato aspramente la volontà espressa dai club di ridurre gli emolumenti ai calciatori, facendo ricorso alla cassa integrazione; su questo punto però, la Triestina, è in linea con la posizione delle altre squadre di Lega Pro. L’Amministratore unico alabardato ha ribadito la volontà di pagare una o due mensilità, a seconda che il campionato venga o meno ripreso. Milanese ha portato come esempio il calcio Australiano, dove i giocatori sono equiparati ai lavoratori dipendenti, entrando in cassa integrazione con contributo statale. 

Il Mister della Triestina, Carmine Gautieri, è intervenuto sull’argomento “stipendi”, evidenziando come si necessiti di uno sforzo da parte di tutti per uscire dalla crisi. Nessuno, a detta di Gautieri, chiede di essere retribuito allo stesso modo non lavorando, ma è necessario tutelare i calciatori che hanno un ingaggio basso. Spesso, infatti, gli stipendi della Lega Pro si avvicinano più a quelli del calcio dilettantistico, piuttosto che professionistico.

Milanese e l’idea di una Serie C d’élite per il futuro

La Lega Pro necessita di ridurre i costi e di aumentare i ricavi, offrendo un prodotto maggiormente appetibile per le Pay tv; dalla vendita dei diritti televisivi potrebbero così arrivare risorse importanti da investire, rendendo più spettacolare il campionato di Serie C. La defiscalizzazione, richiesta a più riprese dai club, non può e non deve essere l’unica soluzione per garantire un futuro ai club di Serie C. La seconda strada da percorrere, secondo Milanese, riguarda la creazione di un campionato d’élite, al quale parteciperebbero le prime classificate di ogni girone, con l’aggiunta delle squadre con il maggior numero di abbonati .

Una nuova formula di campionato in favore dello spettacolo, in grado di avvicinare nuovi sponsor, grazie ad una maggiore visibilità del torneo. Per Milanese, le realtà più piccole potrebbero divenire, a loro volta, ambienti ideali per valorizzare i giovani; tale formula consentirebbe a queste società di poter sostenere i costi i gestione. Una riforma radicale dell’attuale Serie C, quella proposta dall’Amministratore unico della Triestina, ma assolutamente necessaria per garantire un futuro a questo importante movimento calcistico. 

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Catania: sempre più ombre sul futuro

A distanza di una settimana dall’offerta rifiutata al Comitato di Acquisizione, il Catania Calcio si interroga su quello che potrà essere il suo futuro. La situazione è decisamente delicata, a maggior ragione nel caso in cui lo stesso Comitato non dovesse rilanciare l’offerta e nessun’altra cordata imprenditoriale si facesse avanti. Per il Catania il rischio fallimento è davvero vicino, ed in questo momento non resta che sperare in una nuova offerta di acquisizione; nel frattempo si lavora per risolvere il problema del mancato pagamento degli stipendi.

Astorina: se il Comitato vuole il Catania partecipi all’Asta

Dopo il rifiuto nei confronti dell’offerta del Comitato, Gianluca Astorina è tornato a fare il punto della situazione; Catania sta vivendo sicuramente un momento difficile, non ci sono novità ma si continua a lavorare per trovare presto una soluzione. Secondo il Presidente non è ancora detta la parola “fine” alla trattativa in corso con il Comitato di Acquisizione; ovviamente ora dipenderà dalla loro volontà di proseguire presentando una nuova offerta. L’ostacolo più grande, in tal senso, è rappresentato dalla volontà del Comitato di ottenere una vendita diretta del club, evitando la “procedura competitiva” del Tribunale. 

Astorina ha ribadito come Finaria sia chiamata, in questo momento, a vendere i propri asset e tra questi rientra il Catania Calcio. Ciò avverrà solo attraverso la partecipazione ad un’asta; nel caso un cui non si presentassero ulteriori offerte, il Comitato otterrebbe la proprietà del club. Il Presidente rimane però fermo nella sua posizione, confermando che qualsiasi trattativa di acquisto debba passare obbligatoriamente attraverso una procedura competitiva.

Il rischio concreto di non raccogliere offerte

Il Presidente del Catania non ha mai nascosto di aver ricevuto molte richieste di informazioni riguardo la vendita del club; nessuna di queste però si è trasformata in un’offerta concreta, fatta eccezione per il Comitato di acquisizione. A rendere meno appetibile l’acquisto del club è di sicuro anche il difficile momento economico che si sta vivendo, causa Coronavirus. Il campionato è fermo e chi vuole acquistare sa bene che, per un periodo medio lungo, non potrà beneficiare di incassi derivanti dalle gare.

Esiste poi anche il problema “calciatori”, per i quali l’AIC non ha accettato ancora la proposta di cassa integrazione. Secondo Astorina, la CIG è l’unica soluzione possibile in questo momento, per garantire ai club di non fallire; non farne ricorso significherebbe mettere a serio rischio l’iscrizione al prossimo campionato per circa il 60% dei club. Infine, il Presidente si è espresso contrariamente anche riguardo l’ipotesi di tornare a giocare; a suo avviso la Serie A muove interessi tali da giustificare un ritorno in campo ma per la Lega pro il discorso è diverso, gli spostamenti per le trasferte risulterebbero complessi, esponendo a rischio contagio.

Catania: cessione o fallimento, l’appello del Sindaco

Anche il Sindaco di Catania, Salvo Pogliese, è voluto intervenire riguardo al delicato momento che sta vivendo il club catanese, lanciando un’appello affinché possa essere salvato dal fallimento. Il primo cittadino ha definito assurdo lasciare fallire il Catania, facendolo poi ripartire dall’Eccellenza; la squadra cittadina ha la fortuna di avere un pubblico eccezionale, per tale motivo è necessario fare tutto ciò di possibile per poterla salvare. Pogliese ha tenuto poi a ribadire come, da parte sua, ci sia fiducia in chi sta lavorando ad una soluzione, con particolare riferimento ad Astorina e Di Natale

Il Sindaco però non vuole rassegnarsi all’idea che non si trovino forze imprenditoriali, sensibili alla situazione che sta vivendo il Catania Calcio. Cordate che abbiano voglia di esporsi, mettendo insieme le proprie forze nell’obiettivo comune di poter garantire un futuro a questa storica società. L’appello di Pogliese è dunque rivolto ad imprenditori territoriali e non, che abbiano la volontà di impegnarsi, seriamente, per Catania e la sua squadra.

La corsa contro il tempo per evitare il fallimento

L’Amministratore delegato del Catania, Giuseppe Di Natale, non ha voluto nascondere come il rischio fallimento sia, purtroppo, qualcosa più di una semplice ipotesi, tale per cui è necessario arrivare, nel più breve tempo possibile, alla conclusione di una trattativa di acquisizione. L’ipotesi che Finaria possa essere ristrutturata, attingendo a nuova liquidità per scongiurare la vendita del club, è una ipotesi remota; inoltre, di nomi importanti accostati al club, in qualità di possibili acquirenti, se ne sono letti molti ma nessuno però ha avanzato richieste ufficiali. Di Natale ha lasciato dunque intendere come, in questo momento, sia obbligatorio concentrarsi solo su aspetti concreti. 

Un’offerta è stata presentata ed in questo momento si deve lavorare a questa, trovando un punto di incontro; ciò non toglie che, se dovessero arrivare nuove offerte concrete di acquisizione, queste sarebbero ben accette. E’ dunque iniziato un conto alla rovescia per riuscire a salvare il club; lo stop del campionato ha arrestato una squadra in crescita di risultati, ma ha garantito anche ulteriore tempo utile per arrivare ad una soluzione societaria. Ora però è fondamentale giungere presto ad una nuova proprietà; in seconda battuta si chiederà a questa una programmazione, per quanto possibile ambiziosa, per i prossimi anni. Catania ed i suoi tifosi hanno dimostrato, infatti, di voler tornare nuovamente ad essere protagonisti.

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Catania: possibili scenari dopo il rifiuto al Comitato

Il Comitato per l’acquisizione del Catania, capitanato da Maurizio Pellegrino e Fabio Pagliara, ha presentato in settimana la prima offerta formale per rilevarne la proprietà. L’offerta è stata però rifiutata dal Presidente Astorina (in qualità anche di liquidatore della società Finaria), poiché ritenuta incongruente con l’attuale valore del club. Si rimane ora in attesa di una controfferta, oppure dell’ingresso di nuove realtà imprenditoriali che possano concorrere all’acquisizione.

L’offerta del Comitato per l’acquisizione del Catania 

La cordata per l’acquisizione del Catania Calcio, ha presentato un’offerta di 2 milioni di euro per rilevare la società; a questa cifra si deve però aggiungere anche la copertura totale dei debiti contratti dal Catania, quantificabili in circa 50 milioni di euro. Il Comitato ha definito anche le modalità di pagamento: ad un acconto iniziale di circa 500mila euro, farebbe seguito un pagamento rateizzato della somma rimanente. Il versamento di un milione e mezzo di euro in rate spalmate su un periodo lungo, non rappresenta condizione ideale per l’attuale proprietà; quest’ultima sarebbe ovviamente orientata ad ottenere immediata liquidità per soddisfare i creditori di Finaria.

Il Catania Calcio presenta attualmente una situazione debitoria nei confronti del fisco, di fornitori vari e soprattutto dell’Istituto per il Credito Sportivo; in particolare nel caso dell’ICS si tratta di un mutuo particolarmente oneroso, relativo al finanziamento di Torre del Grifo. E’ pertanto evidente come il valore iniziale del club, stimato in una cifra di circa 18 milioni di euro, debba essere fortemente ridimensionato; l’aspettativa è che le parti possano trovare presto un’intesa, nell’ottica di salvare la società da un probabile fallimento.

La posizione di Astorina

La società catanese ha risposto negativamente all’offerta presentata dal Comitato, ritenendola non congrua con aspetti materiali ed immateriali del club. Il Presidente Astorina ha però evidenziato come la decisione non spetti solo a lui, ma anche al Tribunale di Catania. L’offerta, infatti, è stata presentata anche alla Sezione Fallimentare del Tribunale ed ai commissari liquidatori nominati dallo stesso per Finaria; sarà dunque necessaria una valutazione anche da parte loro in merito all’offerta ricevuta.

Finaria è in liquidazione, pertanto l’obiettivo rimane la vendita del club per sanarne i debiti; ciò non toglie che il Catania Calcio ha un valore storico e di blasone, senza dimenticare i calciatori attualmente in rosa. Per tali motivi non può essere svenduto, nonostante l’evidente stato di necessità; inoltre va tenuto conto del Centro Sportivo Torre del Grifo, il quale rappresenta un valore aggiunto, in grado di garantire guadagni importanti nei prossimi anni. Il Presidente Astorina si auspica dunque un rilancio dell’offerta da parte del Comitato, che possa essere vicina alla richiesta del club; in ogni caso la parola ultima spetterà al Tribunale di Catania.

Nuovi possibili scenari nella trattativa di vendita

Maurizio Pellegrino, rappresentante del Comitato di acquisizione della società catanese, è intervenuto pubblicamente dopo il rifiuto dell’offerta presentata. Ha ritenuto opportuno evidenziare come la costituente S.p.A. abbia raggiunto i 5 milioni di capitale; tutto ciò grazie allo sforzo profuso da alcuni imprenditori che hanno a cuore il Catania. In questi mesi si è parlato di potenziali acquirenti (tra questi Lotito), ad oggi però quella del Comitato rimane l’unica offerta formale ricevuta dal club. 

Sempre lo stesso Pellegrino ha poi aggiunto che il Catania Calcio, per salvarsi, avrebbe bisogno di un imprenditore con tanti soldi da poter investire; in assenza di questo, la sola alternativa potrebbe essere per l’appunto quella di un gruppo imprenditoriale che abbia un valido progetto. Il Comitato si è esposto, oggi, al massimo delle potenzialità economiche in suo possesso; difficile pensare che possa formulare un rilancio di offerta in linea con le aspettative di Astorina.

Una possibile soluzione potrebbe essere una riduzione della rateizzazione, o della cifra indicata in questa, tale da consentire al club una maggiore liquidità immediata. Si rimane dunque in attesa di una nuova proposta o eventuale incontro chiarificatore tra le parti interessate, con l’obiettivo di poter trovare un punto d’intesa. Nell’eventualità ciò non dovesse accadere, in assenza di nuove offerte di acquisizione, è presumibile che sia il Tribunale di Catania a decidere in merito.

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Tanti auguri Dino Zoff, 78 anni del mito

Nato il 28 Febbraio del 1942 a Marano del Friuli, in Provincia di Gorizia, considerato il più grande portiere nella storia del calcio italiano

Italia vs Brasile 1982

Nella sua lunga e prestigiosa carriera Dino Zoff ha vestito le maglie di Udinese, Mantova, Napoli e Juventus. Con i bianconeri si è aggiudicato sei scudetti, una Coppa Uefa e due Coppe Italia, mentre con la maglia della Nazionale italiana ha vinto l’Europeo del 1968 e, soprattutto, il campionato del Mondo del 1982.

E’ stato un grandissimo portiere, uno tra i migliori interpreti del ruolo nella storia del calcio mondiale, ma, soprattutto,  è stato un campione dentro e fuori dal campo, un modello al quale ispirarsi per generazioni di calciatori e di portieri. Un vero professionista che ha sempre creduto nel lavoro sul campo e nella possibilità di raggiungere grandi traguardi, indipendentemente  dall’età, non a caso è diventato il vincitore più anziano di un campionato del Mondo, all’età di 40 anni.

Un portiere dotato di grande tecnica, che preferiva alla spettacolarità dell’intervento l’efficacia. Riusciva a rendere apparentemente semplici interventi difficili, grazie al senso della posizione ed al suo equilibrio mentale. Quest’ultimo il suo punto di forza, capace di aiutarlo a superare i momenti difficili, rafforzandolo. Alle critiche ha sempre risposto sul campo, con la forza delle prestazioni e mai con quella della polemica. Ha mantenuto i piedi ben saldi a terra anche nei momenti migliori, senza mai nutrire la presunzione di essere il “migliore”, bensì di avere la necessità di migliorarsi costantemente, giorno dopo giorno, per poter dare sempre il meglio di sé.

DINO ZOFF RACCHIUSO IN UNA PARATA

Se dovessimo scegliere la parata che meglio può rappresentare la carriera di Zoff, dovremmo chiedere alla “macchina del tempo” di accompagnarci a quel 5 Luglio 1982, per la precisione a Barcellona, stadio di Sarrià, dove andò in scena Italia – Brasile. Gli azzurri contro ogni pronostico stavano battendo per 3 a 2 la più grande nazionale brasiliana di sempre, spingendola fuori dal mondiale; quando al minuto 89 il brasiliano Oscar colpì la palla di testa indirizzandola verso la porta azzurra. In quella lunghissima frazione di secondo gli occhi del mondo rimasero su quella palla, il volto di ogni brasiliano si apprestava ad urlare “goal” quando Zoff, con un riflesso incredibile riuscì ad intercettare la palla sulla riga di porta. Questione di pochi centimetri, alla sua mano era aggrappato un intero Paese e lui non lo tradì; bloccò quella palla evitando il goal e spedendo il Brasile all’inferno. Da grande capitano si caricò poi sulle proprie spalle una nazione in cerca di riscatto  e l’accompagnò alla finale di Madrid contro la Germania. Quella stessa mano alzò al cielo la Coppa del Mondo.

Una parata mondiale, un’intera carriera racchiusa in uno straordinario gesto tecnico.

ZOFF ALLENATORE

Anche da allenatore ha saputo togliersi la soddisfazione di strappare qualche record; primo tecnico a conquistare nel 1990 con la Juventus la coppa UEFA dopo averla vinta da giocatore, mentre con la Lazio il record di panchine, ben 202.  Ha allenato anche la Fiorentina nel campionato 2004/2005 conducendola alla salvezza. Da allenatore della nazionale italiana va ricordato il secondo posto nell’Europeo del 2000.

Il giorno del suo addio al calcio disse: “smetto perché non posso parare anche l’età“, inconsapevolmente invece è riuscito a parare anche quella, consegnandoci un campione senza tempo.

Auguri Dino!

Zoff premiazione Mondiale Spagna 82

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