Ciao Pablito, eroe Mundial

Il giornalista Gian Paolo Ormezzano scriveva nel suo libro intitolato “Storia del calcio”: “c’è un uomo al quale intitolare il nostro Mundial. Si chiama Paolo Rossi”. Una vera profezia quella dell’autore piemontese, considerando che il libro lo scrisse prima del 1982; ma soprattutto una frase, la sua, presa poi a prestito qualche anno più tardi da ogni italiano. Paolo Rossi divenne, infatti, il titolo più bello del Mondiale di Spagna nel 1982; l’uomo in grado di cavalcare il sogno azzurro, trasformandolo in straordinaria realtà nella notte del Santiago Bernabéu, l’11 luglio ‘82, quando l’Italia divenne campione del Mondo.
Di quel mondiale Paolo Rossi ne fu assoluto protagonista, capocannoniere della rassegna con ben sei reti siglate e votato miglior calciatore dell’anno; ma l’aspetto sorprendente fu che tutto ciò avvenne in modo totalmente inaspettato. Secondo l’opinione pubblica Rossi a quel mondiale non avrebbe dovuto partecipare, considerato calciatore ormai “finito”, vittima delle proprie vicissitudini personali e non certo utile alla causa azzurra nel mondiale spagnolo.
Fortunatamente a pensarla diversamente fu Enzo Bearzot, il CT azzurro la sapeva lunga in termini di giocatori, ma soprattutto di uomini. Aveva compreso come a tecnica, intuito e senso del goal, caratteristiche che Rossi aveva sempre mostrato in carriera, ora si era aggiunta la tenacia! Il suo carattere si era rafforzato grazie soprattutto ai tanti problemi personali vissuti, capaci addirittura di mettere in discussione la continuazione della sua carriera; da questi ne era uscito però con forza di volontà, senza mai cedere, cercando di riprendere in mano la propria vita. Al calciatore ammirato nel mondiale argentino del ‘78 si era aggiunto ora l’uomo; per Bearzot questo valeva più di tutto.
Ciò che avvenne poi in quella rassegna mondiale è storia del calcio, impressa negli occhi di tutti gli appassionati di questo sport; i suoi goal decisivi contro Brasile, Polonia e nella finale contro la Germania, capaci di esaltare anche il Presidente Pertini, giunto in Spagna per assistere alla finale.
Chi non ricorda l’urlo di Tardelli al goal del raddoppio sui tedeschi, oppure il triplice grido “campioni del Mondo” pronunciato in televisione da Nando Martellini, ed ancora il capitano Zoff che alza la coppa del Mondo al cielo. Era l’Italia in festa, una nazione unita come non mai, che riscopriva la voglia di gioire dopo i terribili anni di piombo, costellati di rapimenti, uccisioni, bombe e che avevano gettato il Paese nel terrore e nello sconforto.
Paolo Rossi era l’immagine della rinascita, la sua e quella dell’Italia intera, una nazione legata in modo indissolubile al proprio “eroe” Mondiale. Basti pensare che successivamente a quel trionfo azzurro, qualsiasi italiano si recasse all’estero veniva identificato con la frase: “Italia? Paolo Rossi”.
Io in quel lontano ’82 avevo solo cinque anni, ma a Paolo Rossi sento il dovere di dire grazie, perché il mio amore per questo sport è cresciuto in me rivedendo le immagini di quel campionato mondiale e delle sue prodezze. Ricordo la prima videocassetta che ripercorreva il trionfo azzurro, quante volte ho guardato quel filmato provando ogni volta un brivido!
Oggi, alla tristezza nell’apprendere la notizia della sua scomparsa, avverto la sensazione che quel ragazzo che corre nei miei ricordi con la maglia numero 20 e le braccia protese al cielo in una contagiosa esultanza, è diventato immortale. Rimarrà per sempre “Pablito”, storia ed orgoglio di questa nazione. Italia? …sì! Paolo Rossi!
Buon viaggio campione.

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