Giuliano Giuliani: storia di un portiere straordinariamente “semplice”

Giuliano Giuliani of Napoli during the UEFA Cup Final Second Leg... News  Photo - Getty Images


Ci sono personaggi sportivi non semplici da raccontare, perché la loro vita è stata talmente riservata da concedere pochissimo alle cronache oltre alla mera descrizione delle prestazione sportive, oppure per il trasporto affettivo che si prova nei loro confronti; nel caso di Giuliano Giuliani questi aspetti sono presenti entrambi e la penna pesa come un macigno, per il bisogno di dare vita ad un racconto vero e significativo. Su di lui si è scritto poco, senza saper andare oltre al suo grave problema di salute, colpevole di averlo ucciso il 14 Novembre del 1996, in una fredda giornata bolognese; in realtà però Giuliano (o Giulio come lo chiamava affettuosamente un cronista veronese, Roberto Puliero, quando ne descriveva le gesta) è stato molto di più, un calciatore che ha lasciato un segno tangibile a cavallo tra gli anni 80 e 90 e che merita di essere ricordato.
Nato a Roma nel 1958 e trasferitosi in tenera età in Germania con la famiglia fino ai tre anni, fa poi ritorno in Italia, stabilendosi ad Arezzo dagli zii, i quali possono garantirgli mantenimento e studi (riuscirà così ad ottenere il diploma di Geometra). Proprio ad Arezzo muove i suoi primi calci, iniziando come centrocampista per poi passare in porta, dove trova la miglior espressione delle sue doti atletiche, tanto da essere notato dal Torino, il quale arriva a fare una proposta agli zii; loro però non accettano, sentono il bisogno di crescerlo accanto a loro, temendo un suo trasferimento lontano dalla città toscana.
Non possono però opporsi quando a chiedere il loro ragazzo è proprio la prima squadra della città, la S.S. Arezzo, la quale non versa in buone acque economiche; questo aspetto rappresenta una vera fortuna per Giuliani, il quale brucia le tappe e, merito anche delle sue prestazione sempre più convincenti nelle squadre giovanili, arriva a debuttare in prima squadra all’età di 17 anni, in serie C.
È un ragazzo con i capelli ricci ed il viso pulito, dai lineamenti dolci ma che tra i pali sa trasformarsi in un vero e proprio combattente; grinta da vendere oltre a doti atletiche e una straordinaria eleganza nelle movenze, un portiere che non può passare inosservato, tanto da iniziare a fare circolare il suo nome tra gli addetti ai lavori. A lui arriva così il Como, club che nel 1980 milita in serie A e che decide di fare proprie le prestazioni del giovane talento.
Giuliano veste così la maglia lariana e già nella stagione 80/81 ha modo di debuttare in A, al Comunale di Torino, in un pareggio per 1 a 1 contro il Toro, sostituendo il titolare Vecchi, infortunato nell’occasione.

Fa seguito al primo anno di transizione una seconda stagione che gli consente di giocare maggiormente ma dove, causa una rosa indebolita rispetto all’anno precedente, retrocede in serie B. Nonostante ciò decide di rimanere, con l’obiettivo di riportare la squadra che aveva saputo credere in lui nella massima serie e nella stagione 83/84 ottiene così la promozione.
Il campionato di serie A 84/85 è per lui un segno del destino, gioca infatti alla grande insieme al suo Como, tanto da far nascere attorno a sé l’interesse del Direttore Sportivo dell’Hellas Verona, Emiliano Mascetti, che inizia seriamente a pensare a lui; nel frattempo proprio l’Hellas decide di consegnare alla sua storia ed a quella del calcio italiano il campionato, aggiudicandoselo il 12 Maggio 1985.
La svolta per Giulio arriva in estate, quando uno degli assoluti protagonisti dello scudetto gialloblù, Claudio Garella, decide di accettare la corte del Napoli di Maradona; la porta del Verona è a quel punto di Giuliani. E’ lui l’uomo nuovo al quale affidare la difesa del titolo, oltre a rappresentare il club veronese nella sua “prima volta” in Coppa Campioni.
Giuliani arriva a Verona con il peso della responsabilità di non far rimpiangere Garella, inoltre è alla sua prima volta in un club con grandi ambizioni, qualcosa che farebbe tremare le gambe a molti ma non ad uno come lui. Carattere riservato, poco propenso ad interviste e ruoli da protagonista, rimane il ragazzo di sempre, con quello sguardo che trasmette semplicità e voglia di dimostrare di essere all’altezza del ruolo.

A quel promettente portiere in arrivo dal Como i tifosi veronesi rispondono dividendosi tra speranzosi e scettici, a differenza di un piccolo portiere che in quell’estate del 1985 ha soli 8 anni, e che rimane colpito dall’arrivo di Giuliani nella squadra della città. Ne condivide del resto la medesima passione per il ruolo, tanto da farsi accompagnare dalla mamma a vedere i suoi allenamenti per scrutarne le movenze, il modo di stare in porta e di vestire, insomma “tutto”, come fanno i ragazzi quando individuano il loro idolo.
Il primo anno a Verona non è però esaltante, la squadra non è la stessa della cavalcata scudetto e Giuliani in più di qualche occasione finisce in mezzo alle critiche, come ad esempio dopo la cinquina rimediata dal Verona proprio a Napoli, con un gol in pallonetto di Maradona da centrocampo, che lo coglie fuori dai pali. Il confronto è presto fatto: “il suo predecessore Garella un gol così non lo avrebbe preso, lui stava in area piccola non al limite dell’area grande, ma che portiere è….”. Queste le voci che rimbalzano sulla piazza e non c’è cosa più difficile che lottare proprio contro i fantasmi del passato per Giuliano; lui questo lo sa bene perché la vita non gli ha mai regalato nulla, inoltre se gioca così fuori dai pali non è per distrazione o mancanza dei fondamentali ma solo perché lui è un portiere “moderno” nel calcio di fine anni 90. Sa bene che più vicino è all’azione di gioco e più probabilità ha di anticipare la giocata, dunque le critiche ingiustificate non lo scalfiscono e prosegue per la propria strada, allo stesso modo di quel bambino che lo osserva dalla televisione e dalla recinzione del campo di allenamento, difendendolo da chiunque lo critichi. Nemmeno un’altra cinquina rimediata ad Udine riesce a cambiarne la convinzione; la stagione si conclude con probabilmente più bassi che alti ma poco importa, è pur sempre un anno in più d’esperienza. E poi Giuliani piace a Mister Bagnoli, perché oltre ad essere di poche parole come lo è lui ed a credere nel lavoro sul campo, ne intravede anche le doti tecniche. Basta osservarlo nelle uscite in presa alta dove stilisticamente risulta perfetto ma non solo, i suoi interventi risultano spesso risolutivi, prediligendo alla respinta l’andare invece in “presa” sulla palla, bloccando così l’azione avversaria; totalmente diverso rispetto all’istintivo Garella, il cui fantasma inizia ad allontanarsi nel suo secondo anno a Verona. Giulio cresce ulteriormente ed inizia ad essere portiere protagonista, regalando parate importanti ed altrettanti successi.
Nel pre partita di Verona Juventus del 1986, match dalle grandi attese, Giuliano ed il suo giovane tifoso si trovano vicinissimi, nello stesso stadio; il piccolo portiere gioca infatti una gara amichevole prima dell’inizio di Verona Juve, ed è teso, non si è mai trovato in uno stadio cosi grande e pieno di gente. Nonostante tutto il suo unico pensiero rimane quello di incontrare il suo idolo; tant’è che prima di scendere in campo chiede al proprio allenatore: “Mister vorrei tanto vedere Giuliani”. Al termine della sua partita, scendendo le scale che conducono agli spogliatoi, il Mister gli chiede di rallentare il passo rispetto ai compagni di squadra, fino a fermarsi davanti alla porta della stanza dove si sta preparando la squadra del Verona. A quel punto l’allenatore bussa, poi apre lentamente, si sente Bagnoli parlare e le gambe del piccolo tifoso iniziano a tremare, intravede Giuliani che sta indossando la maglia; un incrocio di sguardi ed un cenno di saluto, in un istante per il piccolo tifoso è come toccare il cielo con un dito! La partita vede il Verona andare in goal con Elkjaer, è un Hellas che sta tornando protagonista insieme a Giuliani, diventato ormai consolidato portiere di serie A, tanto da catturare l’attenzione dell’Inter per un eventuale “dopo” Zenga, cosa che però non si concretizzerà mai.
Il terzo ed ultimo anno in maglia gialloblù lo vede protagonista assoluto anche sul fronte della coppa Uefa, memorabile una gara sotto la neve contro lo Sportul Studentesc (squadra rumena), dove para l’impossibile garantendo al Verona il passaggio del turno; si arrenderà solo al Werder Brema che eliminerà il Verona approdando poi in semifinale.
Tra le sue tante parate in maglia scaligera, merita una menzione a parte quella sfoderata da Giulio in un Verona Napoli del 1987, dove para, utilizzando lo mano di richiamo, un rigore calciato nientemeno che del miglior giocatore del mondo, Diego Armando Maradona.

Ora è davvero pronto, ha sconfitto il fantasma di Garella, anzi è divenuto lui il suo, tanto da prenderne il posto, nell’estate del 1988, nell’ambizioso Napoli arricchito di campioni.
Con i partenopei due stagioni, dal 1988 al ’90, vincendo nella sua prima lo scudetto, festeggiato al San Paolo contro la Lazio in una gara che lo vede protagonista. Una foto della giornata lo ritrae mentre saluta il pubblico di Napoli indossando una maglietta dai colori sgargianti, con un’enorme stella al centro del petto.

Quella foto non passa inosservata nemmeno al suo giovane tifoso che continua a seguirne le gesta seppure non più dal campo d’allenamento ma bensì dall’altro lato dell’Italia, attraverso la televisione; lui osserva Giulio che festeggia ed esprime un desiderio alla mamma: “vorrei tanto indossare una maglia uguale alla sua…”.
Giuliani l’anno successivo vince anche la coppa Uefa, prima di abbandonare Napoli in punta dei piedi, allo stesso modo di come era arrivato. Il suo viso è sempre lo stesso, i suoi capelli ricci anche, ma dentro di lui qualcosa è cambiato; quella città per certi aspetti bellissima ed altrettanto difficile non fa più per lui, forse non gli si è mai adattata pienamente. Troppo schivo Giuliano per il carattere aperto e solare dei napoletani, ma nonostante ciò è riuscito a dare il meglio di sé, ha saputo cavalcare l’onda, nella consapevolezza che Napoli rappresentava quell’occasione per la sua carriera da prendere al volo, qualsiasi rischio avesse comportato.
Nell’estate del 1990 si trasferisce ad Udine per sostituire ancora una volta Claudio Garella, ma ormai nessuno dei due è più fantasma dell’altro; Claudio si è ritirato e Giuliano sa che quella sarà la sua ultima città calcistica.
Due anni in B ed uno, l’ultimo, ancora una volta in serie A; ma i successi ed i festeggiamenti della Napoli di fine anni ottanta sono ormai lontane dalla sua mente, di quelle rimane solo un’ultima ombra che Giulio sa di non poter allontanare, si tratta di quel male incurabile che lo porterà via con sé.
Di tutto ciò che è venuto dopo quel ritiro del 1993 non mi va di parlare, ne hanno già scritto a sufficienza altri, dando interpretazioni e giudizi; come lo stesso mondo del calcio, il quale ha emesso forse il verdetto più pesante, quello di non ricordare più Giuliani.
E il suo piccolo tifoso? Già, lui oggi è diventato uomo, ma custodisce ancora gelosamente la maglia di Giulio e guardandola ha sentito il bisogno di aprire il cuore al ricordo, cercando con questo racconto di tornare a far brillare quella stella nella quale ha creduto.

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