
Vincenzo Scifo nasce il 19 Febbraio del 1966 a La Louvière, città belga, da una famiglia di minatori italiani, originari di Aragona, in provincia di Agrigento e trasferitasi in Belgio nel 1952.
Non fu facile per il piccolo Scifo e per i suoi genitori vivere in terra belga, dove la vita del minatore era considerata “povera”, trattata quasi con disprezzo; fu per questo che suo padre Agostino decise di sacrificarsi per garantire a Vincenzo, ed ai suoi fratelli, la possibilità di studiare e di potersi costruire una vita migliore.
Vincenzino (come è stato affettuosamente ribattezzato nel corso della sua carriera calcistica) ha sempre avvertito il peso della responsabilità della propria famiglia e di non tradire le aspettative dei genitori, garantendo loro quella sorta di riscatto sociale; il figlio di un minatore divenire il simbolo di una intera nazione.
Scifo per studiare si recava a Bruxelles, distante una cinquantina di chilometri da casa, ma in quei lunghi viaggi quotidiani coltivava il sogno di diventare un calciatore famoso, dal momento che il calcio iniziava ad essere al centro della sua vita e con la palla mostrava di saperci fare. Iniziò a muovere i primi calci nelle giovanili del R.A.A. Louvièroise, la squadra della propria città; era un ragazzino magrolino che però emergeva in mezzo al campo di calcio, dove si muoveva già con una classe al di sopra della media. Il pallore era incollato ai suoi piedi e le movenze rievocavano alla memoria i grandi campioni del passato, inoltre aveva una straordinaria visione di gioco.
Alla porta del giovane Vincenzo bussò ben presto l’Anderlecht, che gli propose di entrare nelle giovanili del club più prestigioso del Belgio. Interruppe gli studi l’anno prima di ottenere il diploma di ragioneria e, a soli 17 anni, venne convocato in prima squadra da Mister Van Himst, il quale decise di dare fiducia a quel ragazzino italo-belga, dotato di un incredibile talento.
Con l’Anderlecht si aggiudicò ben due campionati del Belgio, divenendone sempre più protagonista; fu così che iniziarono ad interessarsi a lui diversi club europei. Inoltre, nel 1984, Scifo decise anche di rinunciare definitivamente alla nazionalità italiana, per poter giocare con la nazionale belga; una scelta dovuta forse dalla necessità di sentirsi finalmente un “figlio” del Belgio, quello che gli era mancato da piccolo dove per tutti era l’italiano figlio di minatori.
A cogliere al volo l’occasione derivante dalla sua scelta fu il commissario tecnico del Belgio, Mister Thys, che lo convocò in nazionale consegnandogli le chiavi del centrocampo; Scifo non lo deluse, divenendo uno degli elementi più importanti della squadra, capace di dettare tempi e trame di gioco, grazie soprattutto ad un piede destro di straordinaria precisione.
Nell’estate del 1984 partecipò con il suo Belgio all’europeo in Francia, una vetrina perfetta per far conoscere a tutti il suo talento, tanto da essere considerato uno dei Top Player della rassegna; rimasero colpiti dalla classe di Scifo anche il CT della Francia Hidalgo ed il miglior numero 10 di quell’europeo, Michel Platini.
Vincenzo Scifo era diventato in così breve tempo uno dei giocatori più famosi del Belgio, ammirato da generazioni di giovani calciatori che sognavano di divenire come lui; inoltre era diventato l’oggetto del desiderio dei più importanti club europei. Nonostante ciò a qualcuno però non piaceva, più precisamente ad alcuni dei suoi compagni di nazionale, che lo accusavano di scarso impegno, di non essere un combattente e di essere privo di leadership. Sicuramente non rientravano nelle sue caratteristiche migliori il rincorrere avversari, fare contrasti e scivolate per recuperare palla, ma Vincenzo sapeva essere il faro di ogni squadra; consegnare palla a lui significava metterla al sicuro, garantendo la possibilità di una giocata vincente. Critiche che suonavano stonate per un giocatore altruista come lui, il cui unico scopo sul terreno di gioco era quello di mandare in goal un compagno di squadra.
Riguardo alla leadership, quella Scifo non l’aveva mai chiesta, erano stati gli esperti di calcio ed i tifosi a richiedergliela, ma questa si scontrava con il suo carattere mite e riservato; non desiderava stare al centro dell’attenzione, chiedeva solo di poter fare al meglio la cosa che più amava, giocare a calcio.
Nonostante tutto ciò, ai mondiali in Messico nel 1986 era ancora lui la stella del Belgio; lo stesso Enzo Bearzot (CT dell’Italia Campione del Mondo nel 1982) sosteneva nel suo libro “I mondiali di calcio” come la rassegna mondiale del ’86 sarebbe stata per Scifo l’occasione per la sua definitiva consacrazione, per mostrare a tutto il mondo calcistico il suo immenso valore. Ed il “grande vecchio” fu buon veggente, Vincenzo Scifo di quel campionato del Mondo ne divenne grande protagonista, accompagnando il suo Belgio ad uno storico quarto posto.
Al termine della competizione, Scifo iniziava a maturare la convinzione che fosse giunto il momento di abbandonare quel Belgio nel quale non si era mai sentito compreso fino in fondo, ed a lui iniziavano ad interessarsi molti club europei, convinti sempre più del suo talento. Era pronto a trasferirsi in un altro campionato, attratto soprattutto da quello italiano, considerato il più difficile al mondo e nel quale percepiva il legame delle sue origini. Detto fatto, il suo cartellino se lo aggiudicò l’Inter, per una cifra di 7,5 miliardi di lire.
L’esperienza in Italia iniziò sotto i migliori auspici, tant’è che lo stesso Platini lo accolse definendolo il suo erede; purtroppo però la stagione si dimostrò essere tutt’altro che esaltante. Con i nerazzurri totalizzò 28 presenze e 4 goal, senza risultare mai davvero incisivo nel gioco della squadra, soffocato dalle tante aspettative e da una critica dura nei suoi riguardi. Al termine del campionato l’Inter decise di non concedergli altro tempo, vendendolo al Bordeaux.
Una bocciatura pesante da digerire per Scifo; fallire in Italia, nel campionato dove militavano i migliori giocatori al mondo, significava non essere all’altezza. Una delusione cocente dalla quale non riuscì a riprendersi nemmeno l’anno successivo in terra francese, dove non riuscì mai a fare la differenza, lontanissimo da quello straordinario calciatore ammirato in Messico nel ’86.
Nella stagione 1988-’89 si trasferì all’Auxerre, con la voglia di recuperare se stesso, a due anni di distanza dall’infelice parentesi italiana. Qui incontrò Mister Guy Roux, l’allenatore perfetto per ricostruire psicologicamente lo Scifo uomo e calciatore; arrivarono così due stagioni da protagonista, nelle quali tornò ad essere decisivo, incantando i francesi con il suo immenso talento e rilanciando le sue quotazioni in vista del mondiale di Italia 90.
Scifo giunse a quel campionato del Mondo profondamente cambiato; Mister Roux nei due anni di Auxerre era riuscito nell’impresa di farlo divenire un leader, fortificando il suo carattere; inoltre, come se non bastasse, nutriva la voglia di rivincita nei confronti di una nazione che lo aveva scartato troppo presto, senza concedergli attenuanti.
Il suo Belgio debuttò il 2 Giugno del 1990 contro la Corea del Sud, ottenendo la vittoria per 2 a 0 con goal di Degryse e Dewolf; ciò che colpì però fu Scifo ed il suo impatto sulla gara, vera e propria musa ispiratrice della squadra belga, finalmente il leader che il Belgio attendeva.
Si dice che la fortuna aiuti gli audaci, probabilmente è così, ma nel caso dei campioni c’è qualcosa in più, è come se il destino per loro abbia riservato un appuntamento speciale, un’occasione unica per mostrare a tutti la loro grandezza; anche per Scifo non poté che essere così.
L’appuntamento che attendeva con ansia dal giorno in cui si concluse la sua esperienza in maglia nerazzurra, si presentò il 17 Giugno del 1990, allo stadio Bentegodi di Verona, dove andò in scena la seconda partita del girone di qualificazione tra Uruguay e Belgio. La partita si mise subito bene per la compagine belga che passò in vantaggio con un goal di Ley Clijsters; l’Uruguay tentò di reagire, attaccando a testa bassa nel tentativo di rimettere in equilibrio la gara ma poi, al minuto ’23, arrivò l’appuntamento con il destino di Scifo.
Vincenzino ricevette palla nella metà campo sudamericana, la fece sfilare accentrandosi, senza che gli avversari tentassero di contrastarlo, tutti intenti a marcare gli altri giocatori belgi, in attesa del suo solito passaggio smarcante a favorire un compagno. Scifo a differenza, nonostante i 35 metri di distanza dalla porta, vide un piccolo spiraglio, leggendoci la possibilità di segnare e decise pertanto di calciare. Di destro certo, il suo piede, quello con il quale aveva incantato tutti gli appassionati di calcio fin dagli inizi della sua carriera. Il tiro che ne scaturì fu potente e preciso, di rara bellezza, che si insaccò nell’angolo destro della porta difesa dall’Uruguay. Non fu solo il goal del raddoppio belga, bensì entrò di diritto nella “Top ten” dei goal più belli del secolo, ottenendo quasi 3.000 voti.
Poco importa che in quel mondiale il Belgio venne poi eliminato ai supplementari dall’Inghilterra, Scifo lasciò comunque un segno indelebile, una piccola rivincita in quella terra alla quale, nonostante tutto, era legato affettivamente.
Successivamente al mondiale decise di ritornare a giocare in Italia, con la maglia prestigiosa del Torino; ora era davvero pronto, era diventato uomo e calciatore d’esperienza e questa volta non avrebbe fallito. Con il Toro raggiunse nel suo primo anno la finale di coppa Uefa, persa contro l’Ajax in una gara determinata dagli errori arbitrali, mente l’anno successivo si aggiudicò la Coppa Italia, superando in finale la Roma. Finalmente la missione di Scifo era compiuta, aveva convinto i tifosi italiani del suo talento.
I debiti dei granata obbligarono però Scifo ad essere ceduto al Monaco, dove ebbe modo di mettersi ancora in evidenza, ottenendo la convocazione al mondiale statunitense del 1994 e francese del 1998, raggiungendo così il record di ben quattro campionati del Mondo giocati.
Concluse poi la carriera in terra belga giocando con Anderlecht e Charleroi (squadra che guidò anche da allenatore nella stagione 2000 – 2001).
Il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche diceva: “Con un talento in più si è spesso più insicuri che con uno in meno: come il tavolo sta meglio su tre che su quattro gambe“; in questo aforisma è descritta la carriera di Vincenzo Scifo, un calciatore vittima spesso del suo stesso talento, genio incompreso del calcio.