Rinat Dasaev: quando l’URSS metteva paura

Se prendessimo un giovane appassionato di calcio e gli chiedessimo cosa ci sa dire di un tale “Dasaev”, probabilmente sgranerebbe gli occhi e si soffermerebbe a pensare, come se, alla pari di quel “Carneade …chi era costui” pronunciato da Don Abbondio nei Promessi Sposi, questo nome ricordasse di averlo sentito in qualche filmato d’epoca ma senza riuscire ad associarlo ad un momento preciso.

Probabilmente non gli saremmo d’aiuto nemmeno aggiungendogli il suo soprannome: “La cortina di ferro”, anzi forse gli creeremmo solo ulteriore confusione, poiché tale locazione veniva usata al termine della seconda guerra mondiale, per indicare quella linea di demarcazione che divideva l’Europa orientale, sotto la gestione politica dell’Unione Sovietica, da quella occidentale, nelle mani degli Stati Uniti, per gli amanti di storia potremmo dire in piena “guerra fredda”.

In realtà Dasaev nasceva un po’ dopo, il 13 Giugno del 1957, ma l’accostamento con la “cortina di ferro” si sposava alla perfezione con lui, dal momento che rappresentò simbolicamente quella linea di confine sovietica, vero baluardo di una “super potenza” come l’U.R.S.S., una nazione chiamata, insieme agli US.A., a primeggiare a livello mondiale, non facendo dormire sogni tranquilli all’umanità.

Di origine tartara e di fede mussulmana, che nascose al governo sovietico, Dasaev mosse i suoi primi calci ad Astrachan, sua città natale situata sul Mar Caspio. A dire il vero iniziò come centrocampista e la sua speranza era quella di poter divenire attaccante ma poi, come spesso accade in questi casi, per l’assenza del portiere nella squadra, gli venne chiesto di mettersi in porta, e da lì non ne uscì più.

Il nuovo ruolo si mostrò ben presto disegnato alla perfezione su di lui; dotato infatti di un fisico alto e magro che gli consentiva, unito alla grande agilità ed all’eccellente senso della posizione, di coprire benissimo la porta. Ben presto si fece notare dal calcio professionistico approdando nel 1977 allo Spartak Mosca, la squadra del Partito Comunista, la cui porta difese fino al 1988.

Fin da subito evidenziò di essere un portiere dotato di un talento superiore alla media, tanto da mantenere nel suo primo anno a Mosca la porta inviolata per 502 minuti, concludendo la stagione con la conquista del titolo.

Gli anni successivi, caratterizzati dal dualismo tra lo Spartak e la Dinamo Kiev del generale Lobanovsky, confermarono anche la sua continua crescita ed affermazione, tanto da portarlo, nel mondiale in Spagna del 1982, ad essere portiere titolare della nazionale sovietica, la quale sfiorò l’approdo in semifinale, superata solo per differenza reti dalla Polonia. Dasaev oltre a risultarne spesso il migliore in campo, riuscì anche a mantenerne la porta inviolata nelle gare del “raggruppamento uno”, dove l’U.R.S.S. era approdata qualificandosi nel proprio girone come seconda, dietro al Brasile.   

Nel 1984 diviene anche capitano della nazionale, iniziando a costruire il mito della “cortina di ferro”; diviene giocatore popolare e riconosciuto a livello mondiale, tanto da ottenere, un anno più tardi, dal governo sovietico capeggiato da Gorbaciov, autorizzazione a recarsi negli Stati Uniti, più precisamente a Pasadena (che più tardi, nel 1994, sarà sede della finale Mondiale tra Brasile ed Italia) per giocare in una partita amichevole tra “America” e “Resto del Mondo”, evento promosso dall’UNICEF.

Nel mondiale del Messico, nel 1986, è sempre lui il portiere titolare; questa volta l’U.R.S.S. non va oltre il quarto di finale, eliminata dal Belgio, lasciando però trasparire come si tratti di una squadra costruita da giovani calciatori interessanti, ed in continua crescita.

Non sorprende dunque che all’europeo del 1988 l’U.R.S.S. si presenti con le carte in regola per puntare al titolo; Dasaev ne è protagonista da subito, ed in particolare nella semifinale dove elimina l’Italia di Azzeglio Vicini, memorabile un suo intervento prodigioso su Giuseppe Giannini.

La finale si giocò all’Olympiastadion di Monaco di Baviera; da qui il ricordo di Dasaev è più nitido anche agli occhi dei più giovani appassionati di calcio, poiché fu attore non protagonista nel meraviglioso gol di Marco Van Basten, considerato uno dei più belli nella storia del calcio.

La sconfitta per 2 a 0 contro l’Olanda segnò anche l’inizio della fine per Dasaev, giocatore bello ma incompiuto, uno dei migliori al mondo, ma schiacciato dal peso della responsabilità di una Nazione, oltre allo scomodo accostamento ad un mostro sacro quale fu Jaschin.

Dopo quella finale, sfruttando un “lascia passare” concessogli dalla Perestrojka, si trasferì a giocare in Spagna, nel Siviglia; doveva essere la “grande” occasione per iniziare a guadagnare di più, invece così non fu. 

Si narra che i 2 miliardi di lire versati dal Siviglia per il suo acquisto finirono nelle casse del governo sovietico e lui fu costretto a giocare per una cifra di 900 € al mese, tale da non consentirgli di poter mantenere nel Paese Andaluso la moglie e la figlia, le quali furono costrette a rientrare in Patria.

Proprio la lontananza dalla famiglia lo gettò nella depressione, iniziarono cosi partite non all’altezza della sua fama, che finirono per fargli perdere il posto da titolare; la dipendenza dall’alcol fece il resto, causandogli un primo grave incidente d’auto, con la frattura di una mano. Nel 1991, a soli 34 anni, decise di ritirarsi.                                                    Successivamente al ritorno in Russia, un nuovo grave incidente d’auto, causato sempre dalla sua dipendenza; questa volta però gli procurò il ricovero in rianimazione ed una lenta ripresa. Disoccupato optò per un ritorno in Spagna, non più nel mondo del calcio bensì nel campo dell’abbigliamento sportivo; l’esperienza terminò però con un fallimento e Dasaev iniziò una vita di povertà, vagabondando, rimanendo volutamente lontano dai riflettori. La cosa forse che più desiderava per alleggerirsi dal peso dell’insuccesso.

Rintracciato dalla Pravda, decise di tornare in Russia, grazie all’aiuto di un amico che lo aiutò ad uscire dalla dipendenza e dalla depressione, ritrovando nel calcio nuovi stimoli.

Preparatore dei portieri prima (tra questi allenatore di Igor Akinfeev), fondatore poi di una scuola di calcio a Mosca, infine, membro del comitato di organizzazione del mondiale in Russia del 2018.

Sicuramente la sua vittoria più importante l’ha ottenuta sconfiggendo la dipendenza, concedendosi cosi una seconda vita, non più da “cortina di ferro” sovietica ma da uomo semplice. Una piccola rivincita calcistica invece gliela possiamo concedere noi, osservando per una volta quella finale del campionato europeo dell’88 senza soffermarci sul gol di Van Basten, più che celebrato, bensì sulla sua parata nel primo tempo sulla punizione di Gullit.

La palla calciata dal “tulipano nero” sorvolò la barriera, viaggiando veloce verso l’incrocio dei pali, ma in quell’istante Dasaev sfoderò il meglio del suo repertorio. Spiccò in volo alla sua sinistra, inarcando la schiena in una posa plastica, decidendo di intercettare la palla con la mano più lontana rispetto al pallone durante la fase di volo, la cosiddetta “mano di richiamo”. Un gesto innaturale ma efficace e stilisticamente “perfetto”, unico nel suo genere, il marchio di fabbrica di un portiere straordinario, la firma più bella di Rinat Dasaev, regalata ai fotografi e soprattutto al ricordo degli appassionati del genere. Allo stesso modo di quella sua maglia blu, riportante la scritta C.C.C.P., consegnata alla storia del calcio e dell’umanità, in memoria di quell’Unione Sovietica che seppe tenere con il fiato sospeso l’Europa ed il Mondo.

di Devis Antinozzi

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